Orlando e l’attesa dell’email


Orlando tornò a casa nel primo pomeriggio, totalmente adrenalinico. La madre non lo riconosceva, sembrava un invasato mentre raccontava del colloquio, del suo primo progetto a cui aveva lavorato, della soddisfazione di Filippo nel leggere le sue parole, proprio quelle scritte da lui.
Raccontò tutto per filo e per segno e quando la madre gli chiese del tipo di inquadramento, dello stipendio lui rispose con tanta pazienza con le stesse parole di Filippo, specificando che ora non era semplicemente uno stagista, ma addirittura il co-fondatore.
“La stima che mi sono guadagnato è tale, mamma, che a breve firmerò un contratto di socio co-fondatore, di una grande azienda.”
La madre spinta dal tipico istinto ancestrale che appartiene a tutti i genitori, si fece solo promettere dal figlio che avrebbe fatto leggere il contratto al loro commercialista prima di firmarlo e che non avrebbe cacciato soldi di tasca sua.
Orlando la guardò con occhi benevoli, e pur di non farla preoccupare acconsentì pensando tra sé e sè: “Non appena i guadagni della mia agenzia saranno corposi, vado a vivere da solo.”
Basta, bisognava tagliare quel cordone ombelicale. Oramai aveva 25 anni, doveva lanciarsi nel mondo degli adulti.
Dopo aver scaricato l’adrenalina, non gli rimase che attendere la famosa email contenente il contratto.
Attese un pomeriggio, una sera e una notte. Dell’email nessuna traccia. L’indomani decise quindi di uscire a fare una passeggiata: aveva bisogno di distrarsi nell’attesa del grande momento. “Del resto si sa, le cose belle arrivano quando meno te l’aspetti.”
Dopo la passeggiata decise di portarsi avanti con il lavoro e si mise al pc alla ricerca degli ultimi spot di successo per rieditarli, pratica questa che lo faceva sentire sicuro, lo calmava.
Passò nel frattempo un altro pomeriggio, un’altra sera e un’altra notte. Dell’email dalla Big Agency Communication nemmeno l’ombra.
Era giunto il weekend e lì smise di aspettare perché sapeva benissimo che di sabato e di domenica non si inviavano contratti. Tuttavia giusto per essere sempre sul pezzo una sbirciatina all’email, un paio di volte, non disdegnò di darla.
La domenica gli sembrò interminabile. Aveva esaurito tutti gli amici a cui raccontare della sua grande esperienza lavorativa, e la pratica di riscrivere pubblicità già fatte da altri, gli sembrò all’improvviso un’esercitazione puerile, soprattutto dopo che aveva sperimentato cosa significasse lavorare per davvero. Certo era stato solo un payoff, ma era sempre un buon inizio visto che lo aveva portato a diventare un socio di un’agenzia di comunicazione.
Orlando il lunedì seguente era in piedi dalle 6.00 del mattino ed era carico di aspettative. Con la sua tazza di latte caldo tra le mani si immaginava il momento preciso in cui sarebbe arrivata la fatidica email. Di sicuro lo avrebbe colto di sorpresa, come tutte le cose meravigliose.
Era una bellissima giornata, il cielo era terso e tutto il cosmo sembrava gridargli che quel giorno sarebbe stato il gran giorno.
Dalle 9.00 in punto incominciò a controllare l’email, circa ogni 5 secondi. Si fece così ora di pranzo, e in quell’oretta in cui fu costretto a stare lontano dal pc si sentì decisamente a disagio.
Verso le 14.00 con in bocca ancora l’ultimo morso di mela si riposizionò davanti allo schermo e controllò. Incominciò a spazientirsi. Quella maledetta email non ne voleva sapere di arrivare. Eppure Filippo lo aveva lasciato con un sorriso soddisfatto e una stretta di mano. Certo se era andato così bene avrebbe potuto farglielo firmare anche direttamente lì il contratto. E invece no con l’idea di inviarglielo via email aveva dimostrato di avere un grande rispetto nei suoi confronti, dandogli del tempo per leggerlo in tutta tranquillità.
Nel frattempo il pomeriggio diventò sera, la sera notte e il lunedì svanì con tutte le sue belle speranze.
Martedì ore 6.00 Orlando era nuovamente in piedi e dato che aveva una capacità di autoricaricarsi in positivo, era di nuovo lì in trepidante attesa della fatidica email.
La mattina volò via perché nel controllo forsennato dell’email aveva notato un’altra offerta di lavoro interessante e poiché una vocina interiore gli diceva che forse era il caso di guardarsi anche attorno, aveva deciso di inviare il curriculum per candidarsi.
Gli era inoltre arrivata la notifica che l’ultimo libro sul copywriting era disponibile in libreria, per cui dopo aver fatto il suo dovere di aspirante copy in cerca di lavoro, decise di ascoltare il richiamo del libro nuovo di zecca.
Il pomeriggio ritornò alla sua email, ma più passava il tempo più si rendeva conto che forse aveva mal riposto le sue aspettative nella Big Agency Communication. A mente più lucida, a mano a mano che l’effetto ipnotico di Filippo scemava, rivalutò la location, davvero piccola, e d’un tratto l’adesivo sulla porta d’ingresso gli sembrò estremamente ridicolo. Quando pensò al concetto ‘nomad worker’ riuscì perfino a riderci su. Per cui il mercoledì seguente, la Big Agency Communication era solo un vaghissimo ricordo.
Ciò che invece gli era rimasto impresso era l’adrenalina del momento della realizzazione del payoff, quella non l’aveva dimenticata e avrebbe fatto di tutto per farla una costante del suo futuro lavoro, che con grande gioia della madre, non sarebbe stato alla Big Agency Communication.

Orlando incontra Igovyl

Orlando non poteva credere a ciò che stava succedendo: era tale la fiducia che il suo forse datore di lavoro gli aveva accordato, da lasciarlo solo nell’ufficio a cercare una soluzione al suo problema.

Pieno di orgoglio si disse: “Dai Orlando, metticela tutta, è la tua occasione d’oro!”

Orlando era lì da solo davanti al computer, chiuso nell’ufficio della Big Agency Communication nel tipico stato d’animo di chi non sa che pesci pigliare.

Filippo gli aveva detto poco e niente di questo lavoro e non sapeva davvero da dove iniziare. Quanto avrebbe dato per poter partecipare almeno ad una riunione con il cliente, o con qualunque anima viva del settore per far girare il cervello nel verso giusto. Ma era lì solo davanti al pc.

La posta in gioco era troppo alta per farsi prendere dal panico, per cui disse a se stesso: “Se non ti sei fermato davanti all’ascensore esterno e non ti sei tirato indietro nemmeno davanti al caffè, non puoi farlo proprio ora! Per cui forza e coraggio e cerca online qualcosa sull’azienda.”

La fortuna del principiante venne in suo soccorso e scoprì che il capo di questi ristoranti aveva rilasciato almeno una decina di interviste in cui spiegava perfettamente il know how della sua azienda. Orlando prese appunti e poi diede uno sguardo ai competitor. Altro che leader del settore, ce n’erano almeno una ventina che facevano la stessa cosa. Bisognava trovare l’elemento differenziate, ciò che rendeva unico quel cliente.

Prese carta e penna, alla vecchia maniera e d’improvviso sentì una leggera brezza all’interno dell’ufficio. Come se qualcuno avesse soffiato sul suo foglio. Si sporse in avanti per impedire che cadesse a terra, non riuscì ad afferrarlo e allora si chinò per raccoglierlo dal pavimento. Giusto il tempo di toccarlo e il foglio riprese il suo volo e poi di nuovo a terra. Orlando dopo un po’ si fermò: “Cosa diamine sta succedendo?” Si guardò intorno alla ricerca di una finestra o balcone da chiudere. C’era solo un piccolo oblò chiuso ermeticamente. Rimase perplesso. Quando il foglio decise di fermarsi di nuovo sul suo tavolo, al posto dove lo aveva messo lui inizialmente, Orlando sentì un colpo di tosse. Volse la testa nella direzione del rumore e si rese conto di non essere solo. C’era un giovanotto, vestito in giacca e cravatta, molto old style, portava i capelli pettinati all’indietro, aveva barba e baffi a manubrio, e fumava una pipa, era sorridente ma dallo sguardo trapelava una certa aria di sufficienza: “Ciao Orlando sono Igovyl”, e gli tese la mano con fare molto aperto. Una bella stretta di mano, forte e decisa, questa fu la prima sensazione che ebbe Orlando che a sua volta rispose: “Piacere di conoscerti…Lavori anche tu alla Big Agency Communication?”

L’altro esplose in una fragorosa risata e, dopo aver tirato la pipa ed essersi accarezzato i baffi, si limitò a rispondere: “Big? Qui di grande non vedo proprio niente. Ricorda Orlando, chi si presenta ad un meeting come un idraulico senza attrezzi, senza analisi di mercato, flow charts, documenti ecc…non merita l’attenzione di nessuno, e né tampoco la tua…”

Orlando rimase interdetto, poi abbassò lo sguardo sul foglio che aveva davanti a sé e miracolosamente la frase pronunciata da Igovyl comparve proprio davanti ai suoi occhi con una grafia che non era la sua. Alzò lo sguardo per chiedere maggiori informazioni ma Igovyl non era più nella stanza. Volatilizzato.

Il tempo scorreva implacabile e Orlando era lì, seduto alla scrivania, perché voleva quel lavoro a tutti i costi. Per cui decise di mettere da parte quella strana apparizione e si concentrò sul payoff da trovare prima che Filippo fosse di ritorno.

Preso dall’ansia incominciò a buttare giù qualche frase:

I buongustai, la migliore forchetta milanese
La tradizione è tutto soprattutto quella culinaria
I buongustai, il cibo buono realizzato ad arte
I buongustai, gli artigiani dei piatti…

Improvvisamente sentì dei passi che si avvicinavano alla porta, in preda all’ansia non sapeva più quale frase fosse la migliore, quando apparve sull’uscio un Filippo raggiante: “Orlando scusa se ci ho messo tutto questo tempo, spero non ti sia annoiato…”
Orlando ricambiò il sorriso e rispose: “ Per niente! Ho avuto anche modo di conoscere Igovyl, è stato qui per pochi minuti.”

“Igo chi?” chiese Filippo perplesso, che sentiva quel nome strambo per la prima volta. Dato però che non era sua indole prestare troppa attenzione al suo interlocutore, decise di archiviare la notizia e si fiondò letteralmente sul foglio di Orlando, lesse quello che c’era scritto, poi pronunciò euforico testuali parole: “Questa è roba che scotta…Ci siamo, ne sono convinto!” E preso dall’entusiasmo lo baciò in fronte.

Ad Orlando non fu dato sapere quale delle sue frasi fosse stata scelta da Filippo, ma a lui interessava ben poco, in quel momento. Il suo unico interesse era quello di ottenere lo stage per la Big Agency Communication.

Prese quindi coraggio e chiese timidamente: “Dunque Filippo sono stato scelto per lo stage?”

“Stage? Ma che stage Orlando. Con questo ottimo lavoro ti sei guadagnato il ruolo di socio co-fondatore! Da oggi tu sei al mio pari. Divideremo gioie e dolori. E per il momento, mi spiace comunicartelo, mi sa che sono più i dolori che le gioie. Ma noi riusciremo a sfondare e diventeremo una grande agenzia! Ne sono sicuro!”

Orlando non credeva alle sue orecchie, era entrato in quel luogo da spiantato ed usciva con una società tra le mani. La fortuna lo aveva proprio baciato.

Uscito dalla Big Agency Communication il suo entusiasmo svanì: doveva affrontare di nuovo il mostro, l’ascensore esterno. Si fece coraggio ed entrò nell’abitacolo mostruoso. “Hey ci rincontriamo…” Orlando scosso dai suoi pensieri ansiogeni riconobbe la voce amichevole di Igovyl e rispose entusiasta: “Ciao, sai il colloquio è andato benissimo…”

Igovyl lo guardò dritto negli occhi e dopo una lieve carezza ai baffi rispose sprezzante: “Fai attenzione! Chi si presenta ad un meeting come un idraulico senza attrezzi non merita l’attenzione di nessuno, né tampoco la tua…”

Uscirono dall’ascensore e Orlando perplesso si girò verso di lui per chiedergli cosa significasse quella frase, ma di Igovyl non c’era più traccia, l’unico elemento che testimoniava la sua presenza era l’odore acre della sua pipa.

Era scomparso di nuovo. Infastidito da questo atteggiamento alquanto bizzarro, Orlando decise di ignorarlo del tutto. Se ne tornò a casa, sicuro che nel giro di poche ore sarebbe arrivato nella sua email il fatidico contratto di co-fondatore della Big Agency Communication.

Il giorno del colloquio

Orlando inseguiva il suo grande sogno, quello di lavorare in un’agenzia di comunicazione e di vedere un giorno spot televisivi e non, portare la sua firma.  

Il lavoro da remoto gli puzzava di anonimato. Orlando voleva essere lì, respirare l’aria dell’agenzia, annusare le copertine di giornali su cui erano apparse le pubblicità partorite da menti creative; bramava partecipare alle riunioni, voleva discutere con i colleghi dell’ultima tendenza made in USA, voleva toccare con mano la scrivania del copy di punta, vederlo con la testa china sul pc, o mentre era in preda al delirio creativo, fumando una sigaretta dopo l’altra. Cosa avrebbe dato per vivere quell’atmosfera. Al confronto tutti gli altri lavori sembravano spenti, inutili.

Dopo aver inviato svariati curricula senza aver ricevuto risposta, arrivò il fatidico giorno: una grande agenzia, distante una trentina di chilometri dal suo paese, lo aveva convocato per uno stage da copy.

La Big Agency Communication si trovava nel cuore industriale della città, dove erano grandi uffici, prestigiosi coworking che ospitavano tra i congressi regionali più importanti. Insomma tutto faceva presagire un inizio lavorativo davvero interessante.

E poiché sognare non costa, Orlando si era già figurato in una location di 200 metri quadri, con ampie vetrate, uno spazio comune per i nuovi arrivati, la stanza delle riunioni, l’ufficio del copy di punta, quello dell’art director, il reparto marketing, il call center e infine la stanza del grande capo.

L’ufficio era situato al quarantesimo piano di un grande edificio per raggiungere il quale occorreva prendere l’ascensore esterno; e fu così che Orlando si ritrovò ad affrontare la sua più grande paura, le vertigini.  La notte prima del fatidico giorno il povero Orlando non dormì e non solo per la tensione del colloquio, ma perché l’indomani avrebbe dovuto affrontare quel maledetto ascensore esterno. Già si immaginava all’interno dell’abitacolo dare in escandescenza e poi svenire davanti agli occhi di tutti. Che figuraccia. Solo chi soffre di vertigini può capire l’ansia del povero Orlando.

Alle 8.30 in punto, con ben mezz’ora di anticipo, l’aspirante copy era davanti ad un enorme edificio, pronto ad affrontare il mostro, l’ascensore. Era lì che lo guardava impaurito, pietrificato, mentre inspirava ed espirava velocemente. 

Si diceva: “Dai ce la puoi fare, entra e sali fino al quarantesimo piano.” Le gambe però non volevano assecondarlo e restavano immobili. Decise allora di aspettare che qualcun altro prendesse l’ascensore. Quasi come se la nonchalance di chi non aveva paura potesse calmarlo. E fu così.

Non appena un paio di persone si fermarono in attesa di quella macchina malefica che lo avrebbe portato al quarantesimo piano, si fece animo ed entrò insieme a loro. Il sudore scendeva copiosamente sul suo viso, le gambe gli tremavano e pur di non fare brutta figura con le persone che erano presenti nell’abitacolo, cercava di distrarsi fissando un punto preciso. Peccato che come punto da fissare avesse scelto proprio la pulsantiera dell’ascensore per cui ad ogni numero che si illuminava il suo cuore perdeva un battito. 

In tutto furono 5 i minuti che l’ascensore impiegò a condurlo al quarantesimo piano, ma  a lui sembrarono un’eternità. Uscito dall’abitacolo si appoggiò alla parete e attese che il fresco del muro lo facesse ritornare in sé. Consapevole della sua paura per le altezze aveva portato con sé un pacchetto di crackers e una bottiglietta d’acqua che gli servirono a non dare di stomaco.

Dieci lunghi minuti ci vollero prima che il suo volto perdesse quel colorito verdognolo tipico di chi è in preda alla nausea, dopo di che si sistemò la camicia nei pantaloni, stirò con le mani la giacca, controllò che nella sua borsa ci fosse tutto l’occorrente che aveva intenzione di mostrare in sede di colloquio, e poi finalmente fu pronto ad affrontare il momento che attendeva da tempo.

Si guardò intorno alla ricerca della targa che gli avrebbe indicato l’ufficio dell’agenzia. Erano tre le porte che aveva davanti a sé: una centrale, di fronte all’ascensore enorme e vistosa, che apparteneva ad uno studio notarile, sulla sinistra c’era una porta a vetro e la targa indicava un’agenzia di assicurazioni e infine a destra c’era lo studio di un dottore. Incominciò a sudare di nuovo. Non è che nella fretta di prendere le informazioni aveva annotato il numero civico sbagliato? Aveva mica preso un ascensore esterno lottando contro le sue vertigini per nulla?  L’istinto di sopravvivenza lo portò a guardare meglio fino a che non scorse accanto alla targa dell’agenzia di assicurazioni, un piccolo adesivo colorato, che riportava la scritta, BAC, Big Agency Communication. Sorrise per aver scampato il pericolo di dover prendere altri ascensori esterni. Poi tirò un bel sospiro di sollievo e bussò.

Venne ad aprirgli una signorina sorridente con un tailleur blu scuro e un foulard giallo. Lui ricambiò il sorriso e pensò fra sé e sé che l’inizio non era proprio niente male. Con voce amichevole si presentò: “Salve sono Orlando Parisi, sono qui per il colloquio di lavoro per copy.” Il sorriso tanto amabile concessogli un secondo prima, svanì totalmente dal volto della signorina che con fare sbrigativo gli indicò la strada : “Ah sì, di là, a destra.”, accompagnando quelle parole con un gesto di fastidio, come se stesse scacciando un moscerino.

Orlando era troppo agitato per notare quel cambio di atteggiamento. L’ascensore, il colloquio imminente, gli avevano indubbiamente ottenebrato la mente, per cui ignaro del fastidio suscitato nella signorina della reception, continuò a sorridere amabilmente, la ringraziò e imboccò la strada che gli era stata indicata. Nemmeno il tempo di fare due passi che arrivò alle sue spalle una voce dal tono nettamente acido:” La porta, non si chiude?” 

Tempestivamente tornò indietro e la chiuse farfugliando un imbarazzato: “Mi scusi”.

Riprese il suo percorso e andando dritto in fondo al corridoio, si trovò davanti ad una piccola porta con su una targa enorme: “Big Agency Communication”. “ Che strano” pensò tra sé e sé – “una targa piccolissima era stata destinata all’esterno della porta principale, mentre questa qui, enorme, era davanti alla porta del capo.” Scosse la testa perplesso ma poi si disse che le agenzie di comunicazione erano il luogo dove le stramberie erano all’ordine del giorno per cui c’era poco da meravigliarsi.

Bussò timidamente alla porta e dopo una manciata di secondi che a lui sembrarono un po’ troppo lunghi, sentì una voce domandare:”Chi è?” 

Così suo malgrado si ritrovò a dover dire nome e cognome attraverso una porta chiusa, come se fosse davanti ad un citofono: “Sono Orlando Parisi, sono qui per il colloquio di copy.”

Seguì un pò di trambusto e poi finalmente la porta si aprì e comparve un ragazzo poco più grande di lui, ad occhio e croce doveva avere una trentina d’anni, un ciuffo enorme a metà sparato verso l’alto e per metà afflosciato sulla fronte, magro, con pantaloni stretti che arrivavano a malapena alla caviglia, camicia a quadri, papillon e piercing all’orecchio. Al confronto i suoi pantaloni e la sua giacca lo facevano sembrare lo zio. Si maledisse per aver visto troppe puntate di Mad Men. Che si aspettava del resto? Era nel ventunesimo secolo, qualcosa doveva pur essere cambiato.

In contrasto con l’esuberanza dell’abbigliamento del suo interlocutore, Orlando notò che l’ufficio era abbastanza modesto. Di Big c’era ben poco: si trattava di una trentina di metri quadri contenenti a malapena un paio di scrivanie, un paio di pc, una stampante in comune e sulla parete una copia banalissima di una stampa di Andy Warhol.  In compenso però il pavimento era coperto di carte.

Orlando si stava guardando intorno attonito, quando la voce amichevole del ragazzo con il papillon catturò la sua attenzione: “Hey Orlando, entra dai, che ci facciamo quattro chiacchiere? Caffè? Io senza caffè non ho nemmeno un neurone attivo. Questo è già il terzo della giornata. Dai su siediti…”

Orlando nel frattempo lo fissava muoversi all’interno della stanza, lo vide mentre inseriva la capsula nella macchinetta, premeva il pulsante e poi lento e inesorabile scendeva giù un caffè dal colore marrone chiaro.

Riprese a sudare. Ebbene si, le sfide della giornata non erano ancora finite! 

“Dopo l’ascensore, il caffè!”, Orlando aveva un problema anche con il caffè. In passato aveva provato a berlo ma la reazione del suo corpo era stata inaspettata e spaventosa: gastrite,colite, tachicardia. Dopo un paio di tentativi,  nella speranza di poter anche lui invitare qualcuno al bar “per un caffè”, aveva desistito. Il caffè era qualcosa che il suo corpo rifiutava con tutto sé stesso. 

Si decise allora di trovare una soluzione creativa: avrebbe fatto finta di bere. Avrebbe sorseggiato senza ingurgitare quel mostruoso liquido nero.

In realtà un occhio un po’ più esperto e meno teso di lui, avrebbe subito capito che il suo interlocutore completamente centrato su sé stesso, prestava poca attenzione a tutto il resto che lo circondava, compreso il povero Orlando.

“Ciao sono Filippo…” era finalmente arrivato il momento delle presentazioni. Non attese, come le buone maniere avrebbero richiesto, che anche il suo interlocutore si presentasse e proseguì risoluto: “Sono il proprietario della Big Agency Communication…”

Continuò decantandogli la sua agenzia,che curava i più prestigiosi clienti sul mercato, grazie ai quali poteva ritenersi: “ leader di settore….” Lo sguardo penetrante che seguì, lasciò Orlando in uno stato ipnotico. Si sentiva una sorta di eletto, il prescelto che avrebbe fatto parte di un mondo sfavillante.

“Ti starai chiedendo di sicuro dove sono gli altri?” continuò Filippo, ignaro del totale rapimento estatico di Orlando. “La mia agenzia ha basato il suo successo su una formula vincente, il nomad worker. I miei dipendenti, ma che brutta parola chiamarli così, “dipendenti”, non trovi? Dicevo i miei dipendenti sono tutti professionisti che lavorano da ogni parte del mondo, dai posti più impensabili e stupendi a quelli più usuali, come può essere la propria stanza. Ognuno si gestisce da solo, qui non ci sono capi, non ci sono orari. Vogliamo lavorare di notte? Siamo liberi di farlo! Vogliamo fare una call alle 3.00 del mattino, per me non ci sono problemi. Sabato e domenica siamo più carichi del lunedì, via libera anche al sabato e alla domenica lavorativi. Siamo liberi, siamo noi che creiamo il lavoro, non lo subiamo.”

Nel giro di pochi minuti Orlando aveva non solo rivalutato il lavoro da freelance ma si era sentito completamente stupido per aver sognato di lavorare in una comune agenzia di comunicazione, con tanto di uffici e ruoli prestabiliti. Quello che invece gli veniva presentato ora era il lavoro del futuro. Era illuminato. Terminato il suo monologo autocelebrativo Filippo sembrò finalmente rendersi conto che sarebbe stato carino dare la parola anche al suo interlocutore, fingere almeno un po’ di interesse. “Veniamo a te, Marco giusto?”

”In verità mi chiamo Orlando…” precisò timidamente Orlando, non tanto per una questione di puntiglio ma per un banalissimo istinto di sopravvivenza. In realtà era totalmente soggiogato che avrebbe potuto sentirsi chiamare anche Cecilia, non avrebbe battuto ciglio.

“Bene Orlando, dicevo, cosa ti ha spinto a candidarti alla mia offerta di lavoro?”

Orlando fece un grande respiro e poi tutto d’un fiato rispose: “Ho sempre voluto fare il copy, sono affascinato dal mondo della pubblicità da quando avevo 10 anni. In questi anni dopo la laurea in lingue mi sono formato per diventare copy, ho studiato, seguito corsi.”

Orlando tacque e calò un silenzio alquanto imbarazzante. Il povero aspirante copy, in preda al panico e in totale apnea, era in attesa di un minimo di considerazione da parte di chi lo stava esaminando. Peccato però che Filippo fosse preso invece da tutt’altro. Il suo silenzio non dipendeva da ciò che aveva detto Orlando, ma da ciò che aveva letto sullo schermo del suo pc. Era più che mai irritato. Alla fine gli balenò un pensiero e guardando Orlando si chiese se quel ragazzo  dalle belle speranze e dal grande sogno di diventare copy avrebbe potuto aiutarlo a risolvere la questione. E così fece. Lo invitò a sedersi accanto a lui.

Orlando non si chiese il motivo di quella reazione, si limitò ad eseguire gli ordini. Si alzò, prese la sedia e la posizionò accanto a quella di Filippo. Poi volse lo sguardo nella stessa direzione in cui guardava il ragazzo con il papillon, ovvero lo schermo del pc e attese.

Con fare stizzito Filippo lo rese partecipe di ciò che lo turbava: “Questi pezzi di stronzi, sono dei nostri clienti, ma credimi sono veramente stronzi, mi hanno rifiutato questo payoff che secondo me invece spacca. Che dici, ti va di metterti in gioco ora ed aiutarmi a far quadrare la cosa?”

Orlando era metaforicamente e letteralmente a bocca aperta. Era finalmente arrivato il momento che attendeva da anni: avrebbe lavorato ad un payoff.

Prese quindi il coraggio a quattro mani ed esplose in un: “Certo! Non vedo l’ora!” Filippo allora gli spiegò come stavano le cose: “Si tratta di una catena di ristoranti che aprirà a breve che vuole sostenere la tradizione culinaria milanese.”

Orlando volendo mostrarsi a tutti i costi all’altezza della situazione, cercò di ricordare quale fosse il work flow per arrivare alla realizzazione di un payoff di tutto rispetto e poi timidamente chiese: “Potrei avere una copia del brief? L’analisi del mercato e della buyer persona?”

Il sopracciglio destro alzato di Filippo non faceva presagire nulla di buono. Sembrava sconcertato e in completo disaccordo con quanto detto da Orlando. Il povero ragazzo si maledisse per aver palesato conoscenze che evidentemente non aveva e attese di essere cacciato a pedate dall’ufficio. Così non fu.

In realtà il gesto di Filippo non era altro che l’assoluta indifferenza nei confronti delle richieste di Orlando. Per lui il brief e l’analisi di mercato erano solo delle cose da secchioni o da grandi agenzie di comunicazione, tipo quelle americane. Ma chi le metteva in pratica, dai!

E poi c’era quella cosa nuova, come aveva detto? Buyer Persona? Ma che roba era? Concluse dicendo a se stesso che Orlando si era poco sporcato le mani, lavorativamente parlando. Era troppo indottrinato. Per fare il mestiere di copy ci voleva un atteggiamento più da strada e meno da maestrino. Poiché però era nella merda, decise di farsi aiutare ugualmente e rispose alle domande di Orlando con una sufficiente vaghezza: “Al momento non è che siano di grande interesse. Del resto tutti i clienti quando chiedi loro se hanno competitor ti rispondono di essere leader hdel settore, quindi…”.

“La frase che avevo trovato io era la seguente ‘La vita è un attimo, mordila con gusto.’ Bella vero? E sto cretino dice pure che non rispecchia il suo target. Ma ti rendi conto? Un payoff cosi fresco, giovane…” concluse Filippo fermamente convinto di ciò che aveva detto.

Orlando rimase in silenzio e si rese conto che in effetti ‘fresco’ e ‘giovane’ andavano poco d’accordo con la tradizione e poiché questi ristoranti facevano piatti tradizionali milanesi, forse il cliente non aveva tutti i torti.

Si chiese com’era possibile che il capo della Big Agency Communication fosse incorso in un tale errore grossolano. Poi si diede da solo una risposta: Errare humanum est. Il corso dei suoi pensieri fu interrotto bruscamente da FIlippo che gli girò la sedia verso lo schermo e gli disse: “Bene Orlando, qui è in gioco il tuo lavoro alla Big Agency Communication, se riesci a risolvermi questo problema sei assunto. Mettiti all’opera mentre io esco un attimo e vado a consegnare questo pacco alla posta.”

Penseresti mai di dover fornire il tuo codice fiscale per acquistare un biglietto del bus online? Lo UX Writing aiuta ad evitare errori come questi.

Lo UX Writing non è un solo una professione, è una forma mentis che chiunque scrive dovrebbe sviluppare, perché allena il cervello a produrre testi ragionati, allineati con il pensiero e la psicologia del nostro lettore o utente.

Lo UX Writing insieme al design sono i maggiordomi di un sito web, di un blog, di un’app che ti aprono le porte e ti invitano ad entrare, mostrandoti in modo chiaro il percorso che devi compiere per arrivare dove vuoi arrivare. Ti conducono per mano lungo quel percorso e alla fine senza che tu te ne accorga sei arrivato a destinazione, in pochi passaggi, in modo semplice senza troppo impegno da parte tua.

Riprendiamo l’immagine del maggiordomo che ti accoglie alla porta e ti indica il percorso da compiere. Può capitare che esso ti accolga dicendoti: “Ciao ospite sconosciuto! Prima di entrare mi dovresti darmi il tuo nome e cognome, data di nascita, indirizzo, codice fiscale, ecc…”

Tu pazientemente prendi tutti i documenti e ti accorgi che ti manca il codice fiscale. Il maggiordomo ti guarda dall’alto verso il basso e ti risponde: “Mi spiace ma se non mi dai il tuo codice fiscale io non ti posso far entrare.”

Tu torni a casa prendi il tuo codice fiscale e tutto contento ti presenti alla porta e lo consegni al maggiordomo, il quale come se non ti avesse mai visto prima ti dice: “Ciao ospite sconosciuto, prima di entrare mi dovresti dare il tuo nome e cognome, data di nascita, indirizzo, codice fiscale…”

La tua pazienza sta iniziando a diminuire ma sei ad un passo dal traguardo per cui gli fornisci di nuovo tutti i dati e finalmente entri. Una volta entrato ti trovi davanti a due cartelli con due frecce che indicano due direzioni diverse. Su uno c’è scritto “Entra”, sull’altro “Esci”. Nel mentre che stai decidendo ricevi una telefonata, rispondi e preso dalla conversazione, inavvertitamente imbocchi la direzione “Esci” e ti ritrovi di nuovo davanti al maggiordomo che con la sua solita compostezza ti richiede tutti i dati di prima.

Entri finalmente, imbocchi la direzione giusta e continui a camminare fino a che non ti trovi davanti a due stanze che hanno i seguenti cartelli: “News”, “News dal blog”.  Resti un attimo perplesso, poi decidi di imboccare la strada delle News. Ci sono solo notizie che parlano dell’azienda. Per cui decidi di tornare indietro  e di entrare nella stanza “News dal blog”.  Leggi un articolo sul prodotto che ti interessa e alla fine del post c’è un altro cartello che ti indica un’altra strada che porta la scritta: “Newsletter”. Incuriosito la percorri fino a che non ti vengono richiesti di nuovo i dati che ti ha chiesto già precedentemente il maggiordomo, con l’aggiunta dell’indirizzo email. Diligentemente fornisci tutti i tuoi dati.

Ti sembra tutto molto tortuoso giusto? Pensa che la maggior parte dei siti web richiede proprio questo sforzo cognitivo all’utente. Ecco perché lo UX Writing diventa fondamentale perché aiuta a snellire tutte queste procedure farraginose.

Un esempio pratico: penseresti mai di dover fornire il tuo codice fiscale per acquistare il biglietto di un autobus online? Certo che no? Eppure ci sono siti web turistici che richiedono anche questi dati per l’acquisto di un ticket.

Lo UX Writing dona equilibrio e logica alla parte testuale di siti web, app, form, newsletter ecc… In questo modo non si corre mai il rischio di chiedere all’utente uno sforzo maggiore rispetto alla ricompensa finale. Lo sforzo al contrario è proporzionato a ciò che stiamo dando in cambio al nostro utente.

Se l’utente vuole iscriversi ad una newsletter a noi occorre chiedergli solo l’indirizzo email. Se invece vuole acquistare un prodotto dobbiamo necessariamente chiedergli maggiori informazioni, quali l’indirizzo della sua abitazione, il numero della carta di credito, pena l’impossibilità di concludere il processo di acquisto.

Quando si parla di scrittura creativa non si pensa di certo allo ux writing. Non c’è niente di più sbagliato, creare un percorso ad hoc per i nostri utenti utilizzando testi brevi, mette in moto un grande processo creativo. Anche perché, non dimentichiamo, che anche i testi brevi sono rappresentativi del tono e della voce dell’azienda. Esprimere entrambi attraverso testi corposi, o vere e proprie narrazioni ha la propria difficoltà, ma il gioco si fa veramente duro quando tutto deve essere condensato in poche, semplici. parole.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Convincere, accattivare, attirare: sono sufficienti a raccontare l’efficacia del contenuto?

Oggi leggendo un post di Instagram sull’efficacia dei contenuti mi sono imbattuta più volte nel verbo “convincere”.  Parole quali “convincere”, “attrarre”, “persuadere”, “accattivare”, sebbene considerate solo nella loro accezione positiva, sono ancora mancanti di qualcosa per poter pienamente esprimere ciò che intendiamo.

Siamo passati, e  questo è noto anche ai bambini, da un marketing belligerante, che utilizzava termini quali “target”, “colpire”, ad un marketing che potremmo definire della seduzione, quello che ti fa l’occhiolino, che cerca di presentare il prodotto nel suo aspetto più bello, che con le parole cerca di ammaliarti fino a convincerti che lui e solo lui fa al caso tuo.

Attrarre, persuadere, convincere, mi danno la sensazione di essere vicini a ciò che vorrebbero dire, ma di non riuscire a renderlo appieno. Di sicuro tra gli esperti del settore questi termini sono sostituiti da altri più consoni, ma nella maggior parte dei casi, sui profili social di chi si occupa di content marketing essi trovano ancora largo utilizzo.

Forse fino ad ora il mio discorso non è stato proprio chiarissimo. Cercherò di spiegarmi. Siamo tutti d’accordo sull’importanza del contenuto nel marketing, giusto? Siamo d’accordo che senza di esso le aziende non venderebbero più, giusto? Ma questa potenza del contenuto come la raccontiamo? Che tipo di storytelling creiamo per far capire agli altri l’efficacia del contenuto?

Con le seguenti parole: “Il contenuto, attraverso leve persuasive, ha l’obbiettivo di convincere il lettore all’acquisto di un prodotto/servizio”. Lo abbiamo definito in poche parole come la scia di un profumo che determina la sensualità di una donna e fa girare gli uomini a guardarla, o come un reggicalze a malapena celato da una gonna troppo corta che attrae  il maschio alfa. Per dirla più terra terra: c’è il prodotto che da solo non ce la fa a posizionarsi, e allora noi con il contenuto gli diamo una bottarella  affinché il cliente si convinca che acquistarlo è una cosa buona.

Questo è quello che effettivamente comunichiamo, quando parliamo di efficacia di un contenuto per vendere un prodotto/servizio. Ma nella realtà cosa vorremmo davvero comunicare? Il contenuto non convince, non attrae, non persuade, il contenuto è lo strumento attraverso il quale l’azienda crea un legame fortissimo con il cliente, in quanto compie tre azioni fondamentali:

  • informa
  • educa
  • intrattiene

Informare il cliente dei possibili benefici che ne trae acquistando un prodotto, educarlo all’utilizzo di quel prodotto per trarne il massimo vantaggio, intrattenerlo affinché ricordi l’esperienza come entusiasmante: tutto questo non può essere ridotto ad uno storytelling della seduzione, che si basa sul convincimento e sull’attrazione.

Se vogliamo esprimere a pieno l’efficacia del contenuto adottiamo termini che rendano meglio tutto quello che effettivamente fa il contenuto:  ascoltare i bisogni dei clienti, informarli su possibili soluzioni, educarli su come possono utilizzare al meglio un prodotto/servizio, aiutarli a fare la scelta giusta, intrattenerli per rendere la loro esperienza di acquisto la più soddisfacente possibile.

E questo se ci soffermiamo ad analizzare solo una parte del contenuto, quello del blog ad esempio, o dei testi di un sito o della descrizione del prodotto. Poi c’è il contenuto che funge da guida per l’utente che approda su un sito, caratterizzato dai microtesti, piccole porzioni di testo in grado di facilitare la navigazione di un sito all’utente permettendogli di raggiungere il proprio obiettivo, sia esso compilare l’iscrizione ad una newsletter, effettuare il download di un ebook, completare l’acquisto.

Vista così la seduzione è solo una piccolissima parte dell’efficacia del contenuto e sta tutta nella scelte delle parole utilizzate, del tone of voice, del modo in cui decidi di parlare ai tuoi clienti, ai tuoi utenti. Ma non è solo questo, è qualcosa di più complesso che mira a creare rapporti solidi e non relazioni da una notte e via, per intenderci :-))

Contenuti unici: salviamo questa frase dall’abuso

Ho seguito di recente alcuni corsi sul blogging e copywriting e sulla comunicazione e ho riscontrato un unico comune denominatore: sottolineare l’importanza di costruire contenuti unici.

Unicità dei contenuti è una delle frasi più gettonate e forse sta diventando uno di quei modi di dire destinati all’abuso, e allo svuotamento del suo significato. Produrre un contenuto unico che non faccia il verso a chi lo ha già scritto da tempo non è da tutti.

Quando inizi a lavorare nel mondo della comunicazione, incominci a guardarti intorno, a vedere quali contenuti producono  i guru del web. Inizi così a cavalcare l’onda di un contenuto vincente già proposto da altri. Se sei bravo con il personal branding e ad instaurare relazioni online con chi è del settore, incominci ad avere la tua cerchia di clienti. Sopraffatto dalla routine lavorativa, assorbito totalmente dalle scadenze, cerchi di rimanere a galla e i tuoi buoni propositi di creare contenuti unici vanno a farsi benedire. Certo, per i tuoi clienti, un minimo di unicità cerchi di mantenerla, perché sei un professionista, ma quel tanto che basta a chi non è del settore per essere soddisfatto e a te, come lavoratore, per affermare di aver fatto il tuo in modo onesto e pulito.

Impostare la propria professione in questo modo ti costringe a stare dietro ad ogni novità, ad ogni contenuto unico proposto da altri. E così passi il tempo a rincorrere clienti, a rincorrere gli ultimi aggiornamenti nel campo della comunicazione, a rincorrere i profili social su canali nati di recente che stanno diventando di successo. Un’eterna corsa.

Più o meno se ti va bene va in questo modo, anzi no se ti va così ti va alla grande. A dispetto di tutto e tutti hai fatto della tua passione un lavoro con il quale ci campi pure.

Nel bel mezzo della carriera professionale ti balena pure l’ idea di realizzare un ebook, un video tutorial, un mini corso sulla comunicazione o di essere invitato a partecipare ad una conferenza che ti viene proposta proprio da uno di questi guru del web con i quali, grazie al tuo personal branding impeccabile, hai costruito un’ottima relazione. Sei chiamato a formare nuove menti, coloro che come te quando hai iniziato a muovere i primi passi, ti guardano come custode della verità assoluta della comunicazione. E cosa proponi a questi speranzosi giovani come momento formativo più importante? La risposta è ovvia: l’importanza di costruire contenuti unici.

E i tuoi contenuti unici dove sono finiti? Si sono persi forse nel mentre che cavalcavi l’onda del successo inseguito già da altri e pensavi “se è andata bene per loro perché non dovrebbe andare bene pure per me?”. Oppure sono andati perduti mentre ascoltavi i tuoi clienti e propinavi loro il piano editoriale strutturato dove nulla è lasciato al caso e spazio per l’originalità ce n’è poco?Pardon, per l’unicità. Perché l’originalità può portare in sé connotazioni negative, quali voler apparire diverso a tutti i costi, rasentando il ridicolo.

Si parla di unicità, ovvero il tuo unico e solo io produce qualcosa di meraviglioso per gli altri, e in quanto tale è diverso da qualsiasi altra persona. Il tuo contributo al miglioramento della comunicazione di cui tanto si parla qual è?

Il tassello mancante che tu e solo tu potevi, potresti, puoi aggiungere al mondo della comunicazione dov’è finito?

Ma tutto questo non è colpa tua. Anzi significa che sei entrato talmente bene nel sistema che non hai bisogno di metterlo in discussione, non hai l’esigenza, l’urgenza di scardinarlo per renderlo migliore. Vuol dire che hai trovato l’habitat lavorativo giusto per te. E di questo non puoi che esserne felice.

Però allora non tiriamo in ballo il concetto di unicità sempre e in ogni dove pur di sembrare originali. Perché a buttarla sempre lì la parola unicità, legata ai contenuti, commettiamo il solito abuso di qualcosa che può essere ancora salvato da un triste destino.

L’unicità va raccontata come un percorso lungo e faticoso che richiede tempo, costanza, impegno e tanta solitudine. Produrre un contenuto unico significa nella reale maggior parte dei casi che esso non venga capito subito perché in quanto unico non ha termini di paragone. Se li avesse non sarebbe tale.  Significa avere il coraggio di mettersi in gioco, ogni giorno, sperimentare. Peccato che tutte queste parole siano abusate e come al solito cadano nel nulla, perché prive di significato.

Provo allora a dirle in un altro modo. Produrre un contenuto unico significa andare a tentoni nel buio più pesto che c’è, non avere punti di riferimento, provare e riprovare fino a quando esso non venga accettato dalla platea. Vuol dire riuscire a creare un bisogno nel tuo pubblico che prima non sapeva di avere o quantomeno non aveva il coraggio di dichiararlo.

Mente aperta, duttile, che contempla l’errore e anche la delusione e la solitudine e la capacità di perseguire un obiettivo con costanza.

Raccontare il contenuto unico in questo modo può avere un senso. Non si smetterà mai di averne bisogno. I contenuti unici sono boccate di ossigeno, aprono la mente che si concentra su percorsi non comuni.

Per parlare di unicità e proporla come possibile occasione per avere successo nel proprio lavoro o per fare un lavoro soddisfacente bisogna partire da sé stessi e proporsi come modello, con  il proprio esempio.

Salviamola questa parola dal suo triste e inesorabile destino: che l’unicità resti tale e con essa anche il contenuto.

Il mestiere del Blogger: lo smart working e il personal branding ai tempi della quarantena

Per un Blogger freelance lo smart working non è una novità, si organizza da solo, non teme distanze fisiche e costruisce il suo personal branding nel 80% online. Di mattina gli basta uno schiocco delle dita per passare dalla zona casa alla zona lavoro, prova sulla sua pelle la condizione di lavoro no-stop e di abbrutimento totale se non riesce ad organizzare la sua giornata lavorativa.

Dopo un po’ diventa una questione di sopravvivenza mentale e fisica mettere dei paletti tra sé stesso e gli altri collaboratori e gestire il proprio lavoro come un qualsiasi lavoro di ufficio, infilarci una sessione di sport di sera o di mattina presto, coltivare hobby che lo spingono a distogliere il proprio pensiero dal lavoro.

E allora cosa cambia in questo periodo di quarantena? Innanzitutto aumenta la consapevolezza di quanto sia importante l’organizzazione del proprio lavoro. Occorre restare concentrati, non farsi prendere dal panico, essere presenti a se stessi.

Di seguito tre punti da applicare per riuscire ad affrontare nel migliore dei modi questo periodo critico:

  • consolidare la propria rete professionale
  • rafforzare il proprio personal branding online
  • progettare, progettare, progettare

Non appena è partita la quarantena i miei feed di facebook e instagram sono stati sommersi da iniziative gratuite di corsi, sessioni della durata di un’intera giornata completamente gratuite, professionisti che si prestavano a call gratuite per aiutare aziende in alto mare. Consigli su come impiegare il proprio tempo facendo sport in casa, yoga, o stimolando la propria creatività.

In poche parole vi ho descritto cosa fanno i veri professionisti in un momento di crisi: investono sul loro futuro e su quello degli altri perché sono consapevoli che attraverso la collaborazione che tutti noi riusciremo a venirne fuori.

Non si tratta di atti cartitatevoli, si tratta di personal branding. Il blogger professionista sa benissimo che per uscire da questa situazione deve mantenere ben saldo il proprio network e allora per evitare che le distanze fisiche diventino anche lavorative, investe su di esse il doppio.

Quindi decide di offrire il proprio contributo gratuito, sia formativo o di consulenza, partecipa ad iniziative online che appartengono al suo settore: in questo modo egli consolida la propria presenza come professionista in quel determinato settore. È consapevole che bisogna sfruttare al massimo i canali social per comunicare agli altri le proprio competenze e metterle al loro servizio.

Sembra facile, ma in realtà richiede al blogger una mentalità imprenditoriale e un lavoro estremamente strutturato ed organizzato. Il personal branding ai tempi della quarantena non si improvvisa, è il frutto di anni e anni di duro lavoro su sé stessi, che consente di dare il massimo proprio in un periodo così critico come quello che stiamo affrontando.

Non avere una visione imprenditoriale del proprio lavoro, strutturato ed organizzato, non ti consente di essere di aiuto agli altri e di comunicare agli altri quanto le tue competenze possono essere importanti.

L’ultimo punto è quello che mi sta più a cuore ed è la progettualità. Progettare, progettare, progettare, dovrebbe essere il mantra non solo di ogni blogger freelance, ma di ogni professionista, di ogni lavoratore. Progettare ha in sé l’idea del futuro, del sogno che si potrà avverare dopo e di come noi ci stiamo dando da fare affinché, quando il momento critico finisce, esso possa concretizzarsi. Personalmente credo che ognuno di noi debba vivere sempre con un piano b, anche se poi non servirà mai, se non lo vedremo mai completato come vorremmo, l’importante è averlo. Pensare che un giorno potremmo essere altro, o che quando ci toglieranno l’attuale vita lavorativa, saremo pronti già ad affrontarne un’altra, perché ci abbiamo lavorato nel corso degli anni, può fare la differenza nella percezione di ogni catastrofe, piccola o grande che sia.

Questo periodo aiuta a capire quanto la precarietà non deve spaventare e non va affrontata con la ricerca costante di soluzioni indeterminate e stabili, ma con la capacità di mettersi in gioco, reinventarsi, pensando al futuro anche se quello che ruota intorno a noi va a rotoli.

Ora faccio finta che l’anno sia iniziato in questi giorni, perché credo che dopo tutto questo cataclisma che si è abbattuto su di noi, l’umanità riuscirà a vivere una rinascita, e vi auguro un 2020, anzi meglio, una vita semore piena  di progetti da realizzare e di piani b.

 

Il mestiere del blogger: gestione di un nuovo cliente, conoscenza del prodotto e strategia di comunicazione

Non sempre i blogger hanno la fortuna di poter scrivere di ciò che conoscono a menadito e quindi cosa può fare un blogger quando gli viene commissionato di strutturare una strategia di comunicazione su un argomento/prodotto/servizio che non conosce?

Cosa devo fare quando mi viene commissionata la gestione di un blog su un prodotto/servizio che non conosco?

La fase della ricerca è fondamentale ma per un blogger ci sono degli ostacoli da superare. Innanzitutto la percezione del valore del blog da parte del committente. Nonostante si proclami oramai da anni che content is the king, il blogger si trova ancora a dover combattere contro i mulini a vento quando cerca di far capire in che modo va gestito il workflow della produzione dei contenuti. 

Nella maggior parte delle aziende l’opinione comune è quella che la fase della scrittura e quindi della creazione dei contenuti sia la più semplice. Cosa può mai servire ad un blogger? Un pc e la sua abilità creativa. È come se il cervello del blogger fosse un pozzo onnisciente, un cilindro magico da cui estrarre contenuti ad hoc all’occorrenza.

Mi è capitato infatti di dover trattare  argomenti difficilissimi abbandonata a me stessa, tra le quattro mura della mia location lavorativa senza poter chiedere una briciola di informazione a nessuno.

La fase della ricerca è quindi fondamentale e altrettanto complicata. Cerchiamo di capire cosa succede nella vita reale. Il primo step che devi fare anche se il più delle volte farai un buco nell’acqua è quello di rivolgerti al committente e chiedergli tutte le news che ha su quel determinato topic (prodotto/servizio che sia). 

Se lavori per un’agenzia il più delle volte ti rifila il leaflet dell’azienda, composto da al massimo un paio di paginette in cui sono sintetizzati al massimo i prodotti e i servizi. Se sei fortunato ti consegna una brochure di 24 pagine con una postilla: questa brochure è stata fatta dall’agenzia precedente e il proprietario dell’azienda non è molto soddisfatto perché i prodotti sono spiegati male. Bene! È come un cane che si morde la coda. E a te non resta che leggere quel materiale e poi fare di testa tua.

Se invece hai il contatto diretto con l’azienda di cui devi scrivere, fai attenzione al tuo referente, accertati che sia per l’azienda una fonte autorevole, in modo da non essere costretto a cambiare quello che hai scritto in base all’interlocutore aziendale che lo legge.

Fai tutte le domande che ti vengono in mente e osserva come viene descritto il prodotto dall’azienda, quali parole utilizza, i valori che intende trasmettere. Il tuo interesse deve rivolgersi non solo alle specifiche tecniche del prodotto ma anche ai vantaggi che si traggono dal suo utilizzo. Questi ultimi ti saranno utili per capire in che modo la gente può risolvere i propri problemi grazie a quei prodotti/servizi.

Dietro alla nascita di un’azienda ci sono storie interessanti che non riguardano solo il profitto e se riesci a venirne a conoscenza puoi creare degli ottimi testi per il tuo pubblico. Quindi poni l’attenzione sul perché, sul cosa e sui benefici.

Informati come se fossi un potenziale cliente, ti consentirà di metterti nei suoi panni e ad erogare testi che risulteranno utili.

Come ho anticipato la tua fase di ricerca iniziale dovrà essere su due fronti: interno e quindi a diretto contatto con il committente ed esterna ovvero le tue ricerche personali.

Per le seconde ci sono tre fattori che possono guidarti nella scelta della fonte giusta:

  • L’esperienza
  • Il passaparola
  • L’intervista

Partiamo con il primo, l’esperienza. Allena il tuo radar interiore ad intercettare la fonte giusta. Per fare questo hai bisogno di leggere, studiare. Dopo un po’ ti verrà facile capire quale fonte è attendibile e quale scartare. Di solito una fonte attendibile è quella che non ha solo teoria ma analizza esempi concreti.

Il secondo punto è ciò che dicono i forum e le social community su prodotti e servizi simili. Di solito questi luoghi virtuali ti aiutano a capire le domande che delle persone non competenti e ad analizzare le risposte degli esperti. In questo modo ti puoi rendere conto dei dubbi dei potenziali clienti e puoi strutturare i tuoi articoli come risposta ad essi.

Infine l’intervista con l’esperto del settore ti aiuta a sviscerare l’argomento, eliminando eventuali dubbi. Puoi richiedere l’intervista direttamente al ceo dell’azienda o a chi per esso. In questo modo potrai renderti conto di come “sentono” l’azienda, i prodotti e che tipo di rapporto instaurano con i clienti.

Dopo la fase della ricerca e quindi dopo essere arrivato ad un punto in cui padroneggi l’argomento, prima di procedere con i tuoi post devi porti e porre ancora alcune domande.  

Come agisco se la strategia di comunicazione attuata fino ad ora dall’azienda non è efficace, ma l’azienda non ne è consapevole?

Innanzitutto devi chiarire con l’azienda quali obiettivi intende raggiungere con il blog, capire quali sono stati raggiunti fino ad ora e se è il caso di continuare il lavoro fatto in precedenza o proporre una strategia nuova.

Può capitare che l’azienda, ignara di come si imposti la strategia di comunicazione di un blog, reputi che il lavoro svolto fino a quel momento abbia bisogno solo di qualche modifica. 

Purtroppo tu visionando il materiale non sei assolutamente d’accordo e pensi invece che ci sia bisogno di un cambiamento radicale per una serie di motivi:

  • Non è in linea con la buyer persona
  • Non rispecchia il customer journey
  • Non è in linea con gli obiettivi aziendali
  • Non è assolutamente accettabile come comunicazione di un blog.

In questo caso dovrai armarti di santa pazienza e illuminare i tuoi interlocutori sulla necessità di lavorare ancor prima che sui testi, sull’ analisi dei propri lettori e quindi potenziali clienti.

Anche quando lavori in un’agenzia e sviluppi le tue attività di blogging in autonomia dovrai chiarire a chi ha il contatto diretto con l’azienda l’esigenza di un cambiamento della strategia di comunicazione. 

Presenta la tua strategia di comunicazione per il blog aziendale affrontando i seguenti punti:

  • L’analisi della buyer persona
  • L’analisi del customer journey
  • Smart goal che si intendono raggiungere
  • Analisi delle keywords
  • Piano editoriale

Il tuo interlocutore deve capire che gestire un blog non si riduce alla semplice stesura di articoletti più o meno creativi, ma è una vera e propria strategia che si articola su analisi ben precise. In questo modo riuscirai a dare valore al tuo lavoro e illuminerai il tuo cliente sulle potenzialità di un blog.

Conclusioni

Come puoi ben vedere il lavoro da blogger non si riduce allo stare seduto ad una scrivania e partorire testi creativi per un’azienda. Il blogger sviluppa una strategia di comunicazione, in base ai risultati delle sue ricerche, al posizionamento dell’azienda sul mercato e agli obiettivi che vuole raggiungere.

Come creare un Case Study grazie al quale puoi raccontare ciò che fai per i tuoi clienti

 

Case Study – Business Concept

 

Il Case Study ha lo scopo di far conoscere ai tuoi prospect quanto il tuo intervento sia stato significativo per risolvere i problemi dei tuoi clienti.  Si tratta di una tipologia di contenuto che ha più valenza informativa ed educativa e meno di vendita.  Attraverso questa storia racconti ai tuoi lettori, potenziali clienti, quali benefici possano trarre chiedendo aiuto alla tua azienda. La parola “storia” non è buttata li a caso, in quanto la struttura del tuo case study è uguale a quello dello storytelling: c’è un eroe che deve superare delle sfide per uscirne vittorioso.

Vediamo nel dettaglio come strutturare un case stady.

Il primo step da fare è quello della ricerca. Senza di essa non vai da nessuna parte e corri il rischio di scrivere un contenuto troppo breve e privo di dettagli significativi. Ecco perché non devi assolutamente trascurare la fase della ricerca, durante la quale sarà fondamentale per te intervistare le persone chiave della storia.

Immagina di dover scrivere un case study che parla di una struttura di coworking e di come abbia aiutato una SPA nel processo di internazionalizzazione.

A meno che tu non sia già un esperto della materia, ancora prima della ricerca dovresti  studiare cosa sono coworking e processo di internazionalizzazione di impresa e poi in un secondo momento puoi concentrarti  sull’azienda cliente, attraverso un’intervista diretta al CEO.

La ricerca è ciò che ti consente di fare scorta di dettagli che ti saranno poi utili durante la stesura del tuo case study.  Sebbene si tratti di business non deve annoiare. Ecco perché lo storytelling è fondamentale.

Passi falsi da evitare

Il primo passo falso da evitare è quello di far diventare il tuo case study una tesina accademica.

Il secondo passo falso sempre da evitare è quello di non inserire nessuna immagine al suo interno. Proprio perché il tuo case study  potrebbe essere abbastanza lungo, intervallare il contenuto testuale con quello visual può essere una buona soluzione.

Struttura del Case Study

Ho letto di recente il libro, The Copywriting sourcebook, ed ho trovato estremamente utile il tipo di struttura proposta per il case study. Te la ripropongo con qualche esempio.

    1. Headline 

L’HEADLINE è fondamentale in quanto ha il compito di indicare al lettore la sfida che il tuo cliente è riuscito a superare grazie all’aiuto della tua tua azienda.

“Come abbiamo agevolato l’internazionalizzazione d’impresa dell’azienda YYY SPA con la nostra struttura di coworking”.

Immagina di aver aiutato ad aumentare le conversioni del 20%  in 6 mesi di un e-commerce che vende prodotti vegani grazie ad un content marketing strutturato. La tua headline potrebbe essere:

“Aumentate le conversioni del 20% in soli sei mesi costruendo un piano editoriale efficace per il blog dell’ e-commerce” VeganShop”.

  2. Piramide Inversa: il topic principale all’inizio

Nel paragrafo introduttivo seguendo la regola giornalistica delle 4 W (who, what, where, when), racconti la storia in sintesi, diciamo che presenti al lettore lo scheletro della storia.

“L’azienda YYY SPA si è rivolta alla nostra struttura di coworking per iniziare un processo di internazionalizzazione.  La scelta tra le varie opzioni è ricaduta sul nostro pacchetto gold che oltre ai servizi di Temporary office comprende anche una lista di contatti con le aziende del posto, con potenziali collaboratori e futuri stakeholder. L’offerta comprende anche la possibilità di allestire fiere all’interno del nostro coworking durante le quali presentate i propri prodotti. Nel giro di un anno YYY SPA è diventato uno dei principali player del nostro territorio nel settore delle ceramiche.”

   3. Racconta la sfida che il tuo cliente deve affrontare 

Nella prima sezione puoi esporre la sfida che deve affrontare il cliente.  Nel nostro caso la sfida principale è caratterizzata da due componenti: non avere contatti e non avere una sede definitiva in loco, dal momento che non si vuole correre il rischio di investire in soluzioni molto dispendiose.

Il coworking è la soluzione ideale per l’azienda YYY SPA in quanto offre la possibilità di una sede temporanea e non molto impegnativa dal punto di vista economico.

   4. Quali Benefici offri al tuo cliente?

In questa sezione devi inserire i benefici che  nel nostro caso il coworking assicura alla SPA nel suo processo di internazionalizzazione:

– ufficio temporaneo in loco a costi vantaggiosi

– accesso alla lista di contatti locali (fornitori, collaboratori)

– la possibilità di allestire fiere per presentare il proprio prodotto.

   5. Storytelling

È arrivato il momento di raccontare una storia accattivante per il lettore. In questa sezione puoi dare ampio spazio ai dettagli più interessanti, ai retroscena, ai colpi di scena. Puoi mettere in atto una strategia accurata di storytelling. In questa sezione puoi dare voce al cliente come testimonials, i benefici che ha ottenuto e in quale area del business o del mercato. Puoi aggiungere una sua citazione.

  6. Non è finita qui

Nel caso in cui la collaborazione con il cliente continui e ci siano altri sviluppi puoi inserirlo in questa sezione.

Puoi concludere con una CTA che induca l’utente a restare in contatto. L’invito può riguardare la visualizzazione di un altro case study oppure una consulenza gratuita del business di 30 minuti. Sono tutti validi motivi per mantenere un contatto.

Conclusioni

Il case study è un contenuto importante per un’azienda, consente di mostrare ai potenziali clienti ciò che può fare per loro, quali risultati può aiutarli a raggiungere.

Breve vademecum per scrivere una direct email efficace

 

Direct mail, croce e delizia di tutti i copywriter e tuttora nonostante abbia letto qualcosa e l’abbia io stessa messo in pratica, riconosco che delle zone d’ombra persistono. Molti dei libri che ho letto sono americani e quindi gli insegnamenti vanno presi con le pinze perché c’è sostanzialmente una differenza nella lingua e nella mentalità. La lingua inglese ha meno sfumature rispetto a quella italiana, il che incide molto su determinate scelte di stile. Stesso discorso vale per la mentalità, quella italiana è ancora bacchettona sulla formalità di un certo tipo di corrispondenza.

Ovviamente l’interlocutore fa la differenza: se si tratta di start-up, o di aziende che appartengono all’ambito digital allora buona parte dei suggerimenti made in USA possono sicuramente essere consoni, ma quando il nostro interlocutore è la piccola azienda a conduzione famigliare, il negozio del quartiere, allora la mentalità tutta italiana può avere una grande influenza. Immagina di essere un’azienda che produce gazebo e durante una fiera hai preso alcuni contatti e ti hanno espressamente richiesto maggiori informazioni. Stiamo parlando di interlocutori non digital che rientrano nella seconda categoria a cui ti ho accennato poc’anzi per cui sei davvero combattuto tra un esordio vecchio stile ed uno un po’ più amichevole, perché del resto sempre nel 2020 siamo.

Ecco quindi un piccolo vademecum con delle semplici indicazioni su come impostare la tua email senza uscire troppo fuori dai binari e allo stesso tempo capace  di confermare l’interesse del potenziale cliente.

1. Una direct email deve essere un’email a tutti gli effetti

Cosa significa questo? Il valore della tua direct mail sta tutto nel testo che scriverai e poco nella scelta delle immagini. Anzi è opportuno dare poco spazio alle immagini e lasciarle per altre tipologie di contenuti, tipo la brochure. L’impostazione quindi deve essere quella di una normale lettera e deve contenere:

  • i saluti iniziali
  • il messaggio
  • saluti finali
  • PS se c’è necessità di inserirli

2. Formattazione e leggibilità del testo sono alleati del successo della tua direct mail

La formattazione del testo non deve essere assolutamente tralasciata pena la scarsa leggibilità della tua email, elemento imprescindibile per il successo del tuo email marketing. Ciò che conta è costruire un testo che non sia una corsa ad ostacoli per chi lo riceve. Quando viene recapitata una direct email ad una persona la sua riluttanza nel leggerla è elevatissima, se poi aprendola, ad un primo sguardo, la lettura gli risulta difficile, quasi sicuramente deciderà di cestinarla. Ecco il motivo per cui devi prestare la massima attenzione alla leggibilità della tua direct mail.

2.a  Suddivisione del testo in paragrafi e utilizzo di titoli e teaser

Devi suddividere il messaggio della tua email in paragrafi, altrimenti l’effetto è quello del famoso muro di parole, che farebbe desistere dal leggere anche il più interessato dei clienti. Ogni paragrafo può essere accompagnato da un titolo che aiuta il lettore nella scansione del testo e degli argomenti di cui tratta. Anche la funzione del teaser non è da sottovalutare in quanto essi servono ad invogliare  il lettore a continuare la lettura di email troppo lunghe. Un esempio potrebbe essere: “Ma non è finita qui…” alla fine di un paragrafo, lasciando intendere che seguono ulteriori informazioni nel paragrafo successivo.

2.b Utilizzo e scelta del font: tipologia e dimensioni

L’utilizzo del font è un altro elemento da tenere in grande considerazione e deve essere guidato dalle seguenti regole:

  • non è  il caso di utilizzare font troppo originali che richiedono uno sforzo da parte del lettore per decifrare le singole lettere.
  • utilizza una dimensione del font che sia facilmente leggibile per il tuo lettore
  • utilizza il font giusto per l’email; la scelta è tra Courier, Times New Romans e Serif
  • le dimensioni del corpo del font devono essere 13 o 14
  • sono ammessi solo due tipi di font diversi, uno per l’headline e l’altro per il bodycopy;
  • l’utilizzo di molti font diversi genera confusione

2.c Lunghezza del testo

La lunghezza del testo la decidi tu in base a ciò che di importante hai da dire. Ovviamente l’importanza dell’argomento è in relazione alla sua capacità di interessate l’utente e di trasformarlo in Lead.

2.d La firma

La firma è fondamentale e deve essere personale non a nome di un team. La firma personale accorcia le distanze tra te e il tuo lettore.

3. Il messaggio

Il primo step è concluso, hai definito il layout della tua email:

  • suddivisione in paragrafi
  • titoli e teaser
  • font (tipologia e dimensioni)
  • lunghezza del testo
  • firma

Ora sei finalmente pronto per la stesura della parte più importante della tua mail, il contenuto. E qui entrano in gioco altri fattori:

  • tone of voice
  • struttura del messaggio
  • Oggetto
  • Post scriptum

3.a Tone of voice

Il tone of voice deve essere caldo e accogliente, amichevole e genuino. Un linguaggio troppo formale fa risultare il messaggio artefatto e aumenta le distanze tra mittente e destinatario. Per evitare questo è opportuno valutare bene la scelta delle parole, soprattutto quando si tratta di termini tecnici, da utilizzare solo se strettamente necessari.

3.b La struttura del messaggio

La scelta della piramide inversa è molto efficace per la direct email:

  • titolo
  • paragrafo introduttivo chiaro e coinciso sui benefici che può offrire il tuo prodotto
  • approfondimenti

La descrizione iniziale ti aiuta a catturare l’attenzione del lettore sin dalle primissime righe, per questo è indispensabile condensare il messaggio principale all’inizio dell’email e poi concludere il paragrafo con un teaser per invitare l’utente a proseguire con la lettura.

Ma come posso fare a catturare l’attenzione del lettore? Cosa devo scrivere all’inizio dell’email? I benefici che gli utenti traggono utilizzando i tuoi prodotti. Se hai problemi a focalizzare i benefici dei tuoi prodotti esercitati a concludere queste frasi:

  • Il mio prodotto aiuta i clienti perché
  • Il mio prodotto aiuta i clienti perché attraverso di esso i miei clienti possono comunicare in maniera efficace

Continua fino a quando non avrai sviscerato tutti i benefici che il tuo prodotto può rappresentare per i tuoi clienti. Come avrai di certo notato l’attenzione del messaggio della direct email è totalmente concentrata sul lettore e sui suoi bisogni. Sì alla descrizione dei benefici del tuo prodotto, e anche delle sue caratteristiche ma sempre in relazione ai benefici.

In alternativa ai benefici puoi partire ponendo una domanda su un problema che può essere di interesse per il tuo lettore e poi indicare i tuoi prodotti o servizi come la possibile soluzione. E’ ovvio che per fare questo devi essere sicuro che i tuoi prodotti rispondano ai bisogni del tuo target altrimenti la tua email sarà considerata inevitabilmente spam.

Dopo aver introdotto quali benefici possono trarre i tuoi lettori puoi inserire anche alcune testimonianze dei tuoi clienti, senza però migliorarle, il lettore deve percepire che  c’è del vero in quello che gli stai scrivendo.

Lo scopo principale della direct email non è vendere ma è aprire un canale di comunicazione con i tuoi potenziali clienti, ecco perché bisogna porsi come obiettivo la costruzione di una relazione e non direttamente la vendita, questa va intesa come step successivo.

3.c.  L’oggetto

L’oggetto dell’email è un altro elemento da trattare con estrema attenzione. Esso deve anticipare il contenuto dell’email e può essere personalizzato inserendo al suo interno il nome del destinatario.

3.d. Post Scriptum

L’occhio del lettore cade subito sul PS per la sua posizione isolata, che lo colloca immediatamente dopo la firma. Normalmente esso viene inserito per comunicare notizie interessanti e quindi può catturare facilmente l’attenzione del lettore.

Esempio

Gentile Signor Tal Dei Tali,

(motivo della mail) le scrivo per fornirle ulteriori dettagli sui nostri gazebo che ha avuto modo di vedere dal vivo durante la fiera che si è tenuta a Torino lo scorso ottobre.

Il successo e la buona riuscita di un’esposizione outdoor in buona parte dipende dai gazebo.Bisogna essere pronti ad ogni contrattempo metereologico, raffiche di vento, pioggia insistente, utilizznado gazebo che sono impermeabili e resistenti. (benefici)

Essendo il suo, un evento in cui si parla di arte è altresì fondamentale un allestimento curato che  ponga grande attenzione anche al lato estetico. La nostra linea luxury è la proposta che fa al caso suo. Essa coniuga lo stile con un ‘elevata personalizzazione. Questo non siamo solo noi a dirlo ma soprattutto i nostri clienti.(testimonial)

Albert e Mary, due nostri clienti, ci hanno inviato il video di un loro evento che ha avuto come protagonisti i nostri gazebo luxury, a testimonianza della loro soddisfazione. Se vuole può visionarlo nella nostra videogallery.

Per ulteriori informazioni e dettagli non esiti a contattarmi.

PS

Questo mese potrà usufruire della promo dedicata alle festività.

Cordiali Saluti

Simona Fiore

Conclusioni

Strutturare una email nel modo più efficace è un gioco di equilibri tra destinatario, messaggio, prodotti. Trovare la chiave giusta per ogni lettore non è semplice ed è frutto di esperienza e di sperimentazione continua. Queste sono le conclusioni che ho tratto sulla costruzione di una direct mail secondo la mia esperienza. Se ti va di confrontarti sull’argomento sei il/la benvenuto/a.