Don’t think only out of the box, think out of your garden

Si parla tanto di pensare al di fuori dello scatolo, nel senso di allenare il proprio pensiero laterale, di cambiare prospettiva, uscire fuori dai canoni e dagli schemi.

A furia di guardare al di fuori dello scatolo abbiamo portato i luoghi comuni e i soliti schemi al suo esterno e ci siamo dimenticati che forse qualcosa di buono andava salvato nello scatolo.

Abbiamo abusato di questo slogan al punto di privare di un suo significato qualcosa che, nella pratica, è difficile da applicare. Molte volte anche quando si è ingenuamente convinti di pensare al di fuori degli schemi precostituiti, dei pregiduzi, non si sta facendo altro che presentare gli stessi sotto una veste diversa.

Prima ancora del think out of box bisognerebbe pensare al di fuori del proprio orticello. Questo sarebbe un primo grande passo per scoprire e guardare il mondo con occhi diversi. Guardare sempre al proprio orticello inaridisce, fa perdere la prospettiva e non rende lungimiranti e soprattutto rende difficile avere una visione di insieme che potrebbe aiutare notevolmente a risolvere problematiche anche serie.

Mi capita spesso vedere persone affrontare problemi importanti perdendosi in stupidi dettagli per la paura di dover difendere a tutti i costi quel poco che si ha. Concentrarsi solo su ciò che si perde non aiuta a vedere cosa si potrebbe guadagnare di più grande rinunciando a qualcosa.

Lo so non sto dicendo nulla di nuovo. Ma per quanto scontato che sia, pensare al proprio orticello, guardarsi il suo, è ancora la legge che muove e regola le relazioni umane siano esse private o lavorative.

Tutto questo sebbene scontato e triste emerge soprattutto in periodi come questo dove l’umanità intera è messa a dura prova.

Sono questi i momenti dove think out of the box e out of your garden diventano fondamentali e chi li ha allenati nel corso degli anni è tra quelli papabili a salvarsi.

 

 

Quando le parole si ammalano, tocca a noi averne cura

Ho iniziato da poco una nuova lettura, sono proprio alle primissime pagine, quindi ve ne parlerò approfonditamente quando l’avrò finita. Si tratta del libro “Parliamoci chiaro” di Daniele Trevisani che spiega il Modello delle quattro distanze attraverso il quale si può mettere in atto una comunicazione efficace e costruttiva.

All’interno della prima pagina ho trovato la citazione del Monaco buddhista vietnamita Thic Nhat Hanh: “le parole possono ammalarsi, dobbiamo disintossicarle e riportarle alla piena salute.”

Questa frase mi ha fatto riflettere in quanto chi fa il mestiere del copy o del blogger o qualsiasi altro mestiere che ha a che fare con le parole, ha sempre a cuore il tema della cura delle parole.

Quando si usano le parole per rappresentare un’azienda, un prodotto, un’idea, per raccontare una storia, la scelta dovrebbe essere sentita come una grande responsabilità. Tutti coloro che lavorano con le parole dovrebbero avere un approccio cauto, come se stessero maneggiando un oggetto fragile. Dovrebbero essere consapevoli che quel determinato aggettivo con cui hanno deciso di connotare un prodotto non è altro che una delle mille sfumature possibili. E che l’affermazione di quel determinato aggettivo, escludendone altri, è quasi un atto di presunzione.

Quando manca il rispetto delle parole, abusiamo di loro, nel significato più drammatico che ci possa essere, ovvero operiamo nei loro confronti una vera e proprio violenza che prima o poi le indurrà a morte certa. Una parola muore ogniqualvolta diventa priva di significato, quando non sortisce più alcun effetto in chi la ascolta ma anche in chi la pronuncia. Le parole sono ciò che ci avvicina agli altri, ciò che accorcia le distanze fisiche e culturali. Ecco perché bisogna saperle utilizzare con cura. E qualora si abbia il sospetto che un atto di violenza venga compiuto dobbiamo adoperarci a dare salute a quella parola e. se moribonda. a darle nuova vita.

Con tutte le parole abusate si potrebbe scrivere un dizionario intero, che risulterebbe pieno di parole e privo di significati, perché quelle parole sarebbero spente, quasi invisibili. L’aziendalese, il politichese, il settore marketing, ogni ambito della vita umana è caratterizzato da un dizionario delle parole abusate. Anche il tuo personale, quotidiano, quello che utilizzi per parlare con i tuoi famigliari, i tuoi colleghi, i tuoi amici, ne è pieno zeppo.

Ognuno di noi dovrebbe indagare sul proprio modo di utilizzare le parole e imparare a gestirle in maniera più opportuna, proprio come si fa con un oggetto di valore, con qualcosa che per noi è di vitale importanza. Le parole sono un nostro potentissimo strumento che ci consente di comunicare al mondo ciò che siamo e allo stesso tempo sono un mezzo di accoglienza che accorcia le distanze.

Diamoci dunque, tutti quanti, questo  grande obiettivo per il nuovo anno: “Impariamo a maneggiare le parole come se fossero diamanti nelle nostre mani.”

Buone feste a tutti

Siamo tutti pesci che si arrampicano sugli alberi. Ma non per questo siamo stupidi

Ognuno è un genio. Ma se giudichi un pesce dalla sua capacità di arrampicarsi sugli alberi, vivrà tutta la sua vita credendo di essere stupido.” (Albert Einstein -così dicono)

Questa è una delle citazioni più gettonate del momento.

Riflettendoci un po’ sono giunta alla conclusione che, nella società attuale, siamo tutti pesci che si arrampicano sugli alberi. Perché le cose che non coincidono con il genio che c’è in noi sono molte di più rispetto a quelle che invece ci farebbero brillare come stelle.

E nessuno di noi si tira indietro. C’è chi lo fa per la pagnotta, c’è chi lo fa perché gli piacciono le sfide, c’è chi lo fa per senso di responsabilità e dovere.

Quindi, alla luce di quanto detto, tutti siamo pesci che si arrampicano sugli alberi. Ma non dovremmo per questo sentirci stupidi quando il nostro lavoro viene giudicato in proporzione a quello di qualcun altro, il quale in quelle determinate mansioni ha potuto esplicare tutto il genio che ha in sé.

Questo è secondo me un problema serio per un lavoratore. Diciamoci la verità, passiamo più tempo nei nostri uffici che nelle nostre case. Chi siamo e quanto valiamo lo stabilisce il nostro luogo di lavoro.

Sbagliato o giusto che sia dobbiamo lottare per trovare il nostro posto, la nostra dimensione, o quanto meno, per non perderci e restare fedeli alla nostra identità e al nostro genio.

Come possiamo fare?

  1. Rimaniamo centrati sulla nostra persona: dobbiamo essere sempre consapevoli di ciò che siamo, del nostro genio, delle nostre peculiarità. Non dimentichiamolo mai. Perché solo in questo modo riusciamo a trovare uno spazio all’interno del quale ci siamo solo noi e all’interno del quale le metriche di valutazione esterne non hanno accesso e potere.
  1. Non siamo supereroi, siamo lavoratori: possiamo fare del nostro meglio, ma se, nonostante questo, non riusciamo ad eccellere non possiamo farcene una colpa. Questo vale soprattutto per quelli che accettano ruoli e mansioni come sfida per superare sé stessi. Affinché non diventi una pratica frustrante, occorre capire che a volte possiamo anche deporre le mani e accettare il dato di fatto di non non poter risultare vincenti in tutto.
  1. Non ci auto-giustifichiamo: bisogna provare mille volte e non riuscire per arrivare alla resa finale. Non nascondiamoci dietro un dito con frasi del tipo “Non lo so fare”, “non è nelle mie corde”, “ho altre abilità”. Essere consapevoli è un conto, stare fermi e non provare è un altro.
  1. Armiamoci di hobby e passioni: coltiviamo sempre il nostro genio, prima o poi, incontreremo qualcuno che ne ha bisogno. Questo serve a non sprecare il nostro tempo a rincorrere geni altrui e a salvaguardare il nostro.

Questi sono i mantra che seguo per preservare il genio che c’è in me. I tuoi quali sono?