Chi è Orlando? Vi presento il protagonista

Orlando, il protagonista del mio libro “Orlando e il mercato delle parole scontate” è un ragazzo di provincia il cui sogno è quello di scrivere le frasi della pubblicità. Un’intuizione che ha a 10 anni, mentre guarda uno spot in tv.

Le sue caratteristiche sono sensibilità e determinazione. Vuole fare il mestiere del copy a tutti i costi e non si scoraggia di fronte alle avversità che gli si presentano di volta in volta.

È un ragazzo che trasuda normalità da tutti i pori e forse per questo riesce più facile identificarsi con lui.

La sua natura volitiva lo accompagnerà sempre, dagli esordi ai momenti di gloria, durante il l’allontanamento forzato dal mestiere di copy, fino al momento in cui capisce qual è la sua strada.

In questa era digitale che ci ha abituati a guru del web che si palesano sui social con le loro best performance e i loro successi, Orlando vi mostrerà l’altra faccia della medaglia, fatta di tentativi, insicurezze e fallimenti.

Non solo, Orlando è uno che ci prova fino a quando non trova la sua vera strada, la sua missione personale e per lui questo sarà il successo.

Perché ho scritto un libro?

L’idea del libro “Orlando e il mercato delle parole scontate”, nasce un paio di anni fa, quando avevo l’intenzione di scrivere un ebook dedicato ai copy, in cui parlare delle insidie linguistiche che si presentano sotto forma di canto delle sirene soprattutto quando si è agli esordi.

In quell’ebook c’erano parti “formative” e storie inventate, attraverso le quali rendere meglio il concetto. Facendolo leggere a qualche amico mi sono resa conto che in realtà ciò che piaceva di più erano proprio i racconti. Per cui mi sono detta che forse valeva la pena insistere con il racconto. Ho deciso quindi di abbandonare l’idea dell’ebook formativo e scrivere un testo di narrativa, un romanzo breve, il cui protagonista è Orlando, un aspirante copy che lungo la sua carriera si imbatte in innumerevoli ostacoli e tocca con mano le trappole insite nel mercato delle parole scontate.

Orlando non è un personaggio strong, nei termini in cui siamo abituati a pensarlo oggi. Né fisicamente, né caratterialmente ha la stoffa del leader. Orlando è uno di noi con un grande sogno, quello di diventare copy. E’ soprattutto volitivo. Caratterizzato da tratti a dir poco comici, da grande sensibilità e voglia di farcela, è uno che non molla mai.

Orlando si imbatte in agenzie un po’ strambe, in agenzie famose e in agenzie che fanno il loro lavoro scrupolosamente. Scopre meccanismi esterni ed interni con cui prima o poi qualsiasi copy deve fare i conti. E poi ne esce vincitore. Ma in che modo? Diventando un copy famoso, di successo, come era il suo sogno iniziale? La sua vittoria ancora una volta non è quella canonica, che ci aspetteremmo tutti.

Scrivere questo libro mi ha fatto confrontare con alcuni episodi personali che non potevo non raccontare. E’ stato un po’ faticoso scriverlo perché è capitato in un momento della mia vita in cui tutto è cambiato, in cui sono saltati alcuni punti di riferimento. Credo che questo progetto nasca proprio dal desiderio di rimanere salda, in un momento di grande instabilità. Avevo bisogno di creare dal nulla qualcosa, qualcosa di solo, esclusivamente mio.

Uscire dalla zona di comfort

Uscire dalla zona di comfort è ciò che sentiamo almeno una volta al giorno.  È uno dei tanti abusi linguistici a cui siamo oramai assuefatti, tant’è che non ci facciamo più caso. Eppure dovremmo invece usarla con parsimonia e rispetto, quel religioso rispetto che mostriamo di fonte a qualcosa che ci intimorisce, perché è davvero più grande di noi. Al solo sentirla dovremmo tremare e lo faremmo davvero se avessimo piena consapevolezza di quello che ci aspetta una volta seguita la volontà di uscire dalla nostra zona di comfort.

E allora perché ci piace tanto questa frase? Molto probabilmente perché il nostro cervello pronto ad ingannarci e a fare resistenza ci fa concentrare sulla parola comfort, mentre quello su cui dovremmo porre la nostra attenzione è il verbo uscire. Il verbo indica l’azione che dovremmo compiere, e in quell’ uscire c’è tutto il sacrificio, il dolore, lo sforzo che tale atto ci richiede.

Chi almeno una volta si è trovato nella situazione di dover uscire dalla propria zona di comfort sa benissimo ciò di cui sto parlando.  La prima inevitabile reazione che abbiamo è una strenua resistenza. Siamo abituati a percorrere un tragitto che per quanto tortuoso e sofferente possa essere, è il nostro precorso, quello che abbiamo costruito noi stessi, durante la nostra esistenza, anno dopo anno, mese dopo mese, settimana dopo settima, giorno dopo giorno, ora dopo ora, minuto dopo minuto, secondo dopo secondo. Vi sembra quindi che il suo smantellamento sia qualcosa di semplice? Che possa avvenire con uno schiocco di dita? Suvvia non siate ingenui. Uscire dalla zona di comfort non è una passeggiata. Significa smantellare poco a poco una routine, un modus operandi che fa parte di noi stessi, significa abbattere una parte di noi.  Ora vi è più chiaro lo sforzo che comporta? È un percorso costellato di tanti “ma chi me lo ha fatto fare”, di tanti “Stavo così bene prima”. Ma se siete arrivati a pronunciare questa frase, siete già sulla buona strada perché incominciate a riconoscere che nella vostra esistenza c’è un prima e un dopo. E allora uscire dalla zona di comfort cos’è un punto di non ritorno? Certo che no. Siete liberi di ritornare al vostro vecchio percorso ogni volta che lo vorrete. Però vi sembrerà un po’ strano, un po’ desueto.  Vi apparirà caldo e accogliente ma tutto sommato sterile. Muovere un primo reale passo per scoprire il mondo che c’è dopo il comfort costa davvero tana fatica. E quando tornerete indietro, perché vi capiterà più di quanto possiate immaginare, avrete la sensazione di tradire voi stessi, quella nuova versione che con estremo sforzo vi state costruendo.

Ma quando arriva il momento di uscire dalla propria zona di comfort? Non c’è un momento preciso, prevedibile. Sarebbe troppo facile. Il più delle volte è la vita che te lo impone, togliendovi tutti i vostri punti di riferimento. E allora per forza ne dovrete/vorrete cercare altri, ricostruirli. Se da una parte è scoraggiante, dall’altra vi offre l’opportunità di crearli dentro di voi quei punti di riferimento, di diventare àncora di voi stessi.

Non è mai facile. Non lo è per niente. Ma se la situazione in cui vi trovate vi chiama al cambiamento non impegnatevi a rifiutarlo, impegnate le vostre energie a creare un nuovo voi stesso. Forse è la strada giusta per la libertà, chi può saperlo?

Convincere, accattivare, attirare: sono sufficienti a raccontare l’efficacia del contenuto?

Oggi leggendo un post di Instagram sull’efficacia dei contenuti mi sono imbattuta più volte nel verbo “convincere”.  Parole quali “convincere”, “attrarre”, “persuadere”, “accattivare”, sebbene considerate solo nella loro accezione positiva, sono ancora mancanti di qualcosa per poter pienamente esprimere ciò che intendiamo.

Siamo passati, e  questo è noto anche ai bambini, da un marketing belligerante, che utilizzava termini quali “target”, “colpire”, ad un marketing che potremmo definire della seduzione, quello che ti fa l’occhiolino, che cerca di presentare il prodotto nel suo aspetto più bello, che con le parole cerca di ammaliarti fino a convincerti che lui e solo lui fa al caso tuo.

Attrarre, persuadere, convincere, mi danno la sensazione di essere vicini a ciò che vorrebbero dire, ma di non riuscire a renderlo appieno. Di sicuro tra gli esperti del settore questi termini sono sostituiti da altri più consoni, ma nella maggior parte dei casi, sui profili social di chi si occupa di content marketing essi trovano ancora largo utilizzo.

Forse fino ad ora il mio discorso non è stato proprio chiarissimo. Cercherò di spiegarmi. Siamo tutti d’accordo sull’importanza del contenuto nel marketing, giusto? Siamo d’accordo che senza di esso le aziende non venderebbero più, giusto? Ma questa potenza del contenuto come la raccontiamo? Che tipo di storytelling creiamo per far capire agli altri l’efficacia del contenuto?

Con le seguenti parole: “Il contenuto, attraverso leve persuasive, ha l’obbiettivo di convincere il lettore all’acquisto di un prodotto/servizio”. Lo abbiamo definito in poche parole come la scia di un profumo che determina la sensualità di una donna e fa girare gli uomini a guardarla, o come un reggicalze a malapena celato da una gonna troppo corta che attrae  il maschio alfa. Per dirla più terra terra: c’è il prodotto che da solo non ce la fa a posizionarsi, e allora noi con il contenuto gli diamo una bottarella  affinché il cliente si convinca che acquistarlo è una cosa buona.

Questo è quello che effettivamente comunichiamo, quando parliamo di efficacia di un contenuto per vendere un prodotto/servizio. Ma nella realtà cosa vorremmo davvero comunicare? Il contenuto non convince, non attrae, non persuade, il contenuto è lo strumento attraverso il quale l’azienda crea un legame fortissimo con il cliente, in quanto compie tre azioni fondamentali:

  • informa
  • educa
  • intrattiene

Informare il cliente dei possibili benefici che ne trae acquistando un prodotto, educarlo all’utilizzo di quel prodotto per trarne il massimo vantaggio, intrattenerlo affinché ricordi l’esperienza come entusiasmante: tutto questo non può essere ridotto ad uno storytelling della seduzione, che si basa sul convincimento e sull’attrazione.

Se vogliamo esprimere a pieno l’efficacia del contenuto adottiamo termini che rendano meglio tutto quello che effettivamente fa il contenuto:  ascoltare i bisogni dei clienti, informarli su possibili soluzioni, educarli su come possono utilizzare al meglio un prodotto/servizio, aiutarli a fare la scelta giusta, intrattenerli per rendere la loro esperienza di acquisto la più soddisfacente possibile.

E questo se ci soffermiamo ad analizzare solo una parte del contenuto, quello del blog ad esempio, o dei testi di un sito o della descrizione del prodotto. Poi c’è il contenuto che funge da guida per l’utente che approda su un sito, caratterizzato dai microtesti, piccole porzioni di testo in grado di facilitare la navigazione di un sito all’utente permettendogli di raggiungere il proprio obiettivo, sia esso compilare l’iscrizione ad una newsletter, effettuare il download di un ebook, completare l’acquisto.

Vista così la seduzione è solo una piccolissima parte dell’efficacia del contenuto e sta tutta nella scelte delle parole utilizzate, del tone of voice, del modo in cui decidi di parlare ai tuoi clienti, ai tuoi utenti. Ma non è solo questo, è qualcosa di più complesso che mira a creare rapporti solidi e non relazioni da una notte e via, per intenderci :-))

Contenuti unici: salviamo questa frase dall’abuso

Ho seguito di recente alcuni corsi sul blogging e copywriting e sulla comunicazione e ho riscontrato un unico comune denominatore: sottolineare l’importanza di costruire contenuti unici.

Unicità dei contenuti è una delle frasi più gettonate e forse sta diventando uno di quei modi di dire destinati all’abuso, e allo svuotamento del suo significato. Produrre un contenuto unico che non faccia il verso a chi lo ha già scritto da tempo non è da tutti.

Quando inizi a lavorare nel mondo della comunicazione, incominci a guardarti intorno, a vedere quali contenuti producono  i guru del web. Inizi così a cavalcare l’onda di un contenuto vincente già proposto da altri. Se sei bravo con il personal branding e ad instaurare relazioni online con chi è del settore, incominci ad avere la tua cerchia di clienti. Sopraffatto dalla routine lavorativa, assorbito totalmente dalle scadenze, cerchi di rimanere a galla e i tuoi buoni propositi di creare contenuti unici vanno a farsi benedire. Certo, per i tuoi clienti, un minimo di unicità cerchi di mantenerla, perché sei un professionista, ma quel tanto che basta a chi non è del settore per essere soddisfatto e a te, come lavoratore, per affermare di aver fatto il tuo in modo onesto e pulito.

Impostare la propria professione in questo modo ti costringe a stare dietro ad ogni novità, ad ogni contenuto unico proposto da altri. E così passi il tempo a rincorrere clienti, a rincorrere gli ultimi aggiornamenti nel campo della comunicazione, a rincorrere i profili social su canali nati di recente che stanno diventando di successo. Un’eterna corsa.

Più o meno se ti va bene va in questo modo, anzi no se ti va così ti va alla grande. A dispetto di tutto e tutti hai fatto della tua passione un lavoro con il quale ci campi pure.

Nel bel mezzo della carriera professionale ti balena pure l’ idea di realizzare un ebook, un video tutorial, un mini corso sulla comunicazione o di essere invitato a partecipare ad una conferenza che ti viene proposta proprio da uno di questi guru del web con i quali, grazie al tuo personal branding impeccabile, hai costruito un’ottima relazione. Sei chiamato a formare nuove menti, coloro che come te quando hai iniziato a muovere i primi passi, ti guardano come custode della verità assoluta della comunicazione. E cosa proponi a questi speranzosi giovani come momento formativo più importante? La risposta è ovvia: l’importanza di costruire contenuti unici.

E i tuoi contenuti unici dove sono finiti? Si sono persi forse nel mentre che cavalcavi l’onda del successo inseguito già da altri e pensavi “se è andata bene per loro perché non dovrebbe andare bene pure per me?”. Oppure sono andati perduti mentre ascoltavi i tuoi clienti e propinavi loro il piano editoriale strutturato dove nulla è lasciato al caso e spazio per l’originalità ce n’è poco?Pardon, per l’unicità. Perché l’originalità può portare in sé connotazioni negative, quali voler apparire diverso a tutti i costi, rasentando il ridicolo.

Si parla di unicità, ovvero il tuo unico e solo io produce qualcosa di meraviglioso per gli altri, e in quanto tale è diverso da qualsiasi altra persona. Il tuo contributo al miglioramento della comunicazione di cui tanto si parla qual è?

Il tassello mancante che tu e solo tu potevi, potresti, puoi aggiungere al mondo della comunicazione dov’è finito?

Ma tutto questo non è colpa tua. Anzi significa che sei entrato talmente bene nel sistema che non hai bisogno di metterlo in discussione, non hai l’esigenza, l’urgenza di scardinarlo per renderlo migliore. Vuol dire che hai trovato l’habitat lavorativo giusto per te. E di questo non puoi che esserne felice.

Però allora non tiriamo in ballo il concetto di unicità sempre e in ogni dove pur di sembrare originali. Perché a buttarla sempre lì la parola unicità, legata ai contenuti, commettiamo il solito abuso di qualcosa che può essere ancora salvato da un triste destino.

L’unicità va raccontata come un percorso lungo e faticoso che richiede tempo, costanza, impegno e tanta solitudine. Produrre un contenuto unico significa nella reale maggior parte dei casi che esso non venga capito subito perché in quanto unico non ha termini di paragone. Se li avesse non sarebbe tale.  Significa avere il coraggio di mettersi in gioco, ogni giorno, sperimentare. Peccato che tutte queste parole siano abusate e come al solito cadano nel nulla, perché prive di significato.

Provo allora a dirle in un altro modo. Produrre un contenuto unico significa andare a tentoni nel buio più pesto che c’è, non avere punti di riferimento, provare e riprovare fino a quando esso non venga accettato dalla platea. Vuol dire riuscire a creare un bisogno nel tuo pubblico che prima non sapeva di avere o quantomeno non aveva il coraggio di dichiararlo.

Mente aperta, duttile, che contempla l’errore e anche la delusione e la solitudine e la capacità di perseguire un obiettivo con costanza.

Raccontare il contenuto unico in questo modo può avere un senso. Non si smetterà mai di averne bisogno. I contenuti unici sono boccate di ossigeno, aprono la mente che si concentra su percorsi non comuni.

Per parlare di unicità e proporla come possibile occasione per avere successo nel proprio lavoro o per fare un lavoro soddisfacente bisogna partire da sé stessi e proporsi come modello, con  il proprio esempio.

Salviamola questa parola dal suo triste e inesorabile destino: che l’unicità resti tale e con essa anche il contenuto.

Don’t think only out of the box, think out of your garden

Si parla tanto di pensare al di fuori dello scatolo, nel senso di allenare il proprio pensiero laterale, di cambiare prospettiva, uscire fuori dai canoni e dagli schemi.

A furia di guardare al di fuori dello scatolo abbiamo portato i luoghi comuni e i soliti schemi al suo esterno e ci siamo dimenticati che forse qualcosa di buono andava salvato nello scatolo.

Abbiamo abusato di questo slogan al punto di privare di un suo significato qualcosa che, nella pratica, è difficile da applicare. Molte volte anche quando si è ingenuamente convinti di pensare al di fuori degli schemi precostituiti, dei pregiduzi, non si sta facendo altro che presentare gli stessi sotto una veste diversa.

Prima ancora del think out of box bisognerebbe pensare al di fuori del proprio orticello. Questo sarebbe un primo grande passo per scoprire e guardare il mondo con occhi diversi. Guardare sempre al proprio orticello inaridisce, fa perdere la prospettiva e non rende lungimiranti e soprattutto rende difficile avere una visione di insieme che potrebbe aiutare notevolmente a risolvere problematiche anche serie.

Mi capita spesso vedere persone affrontare problemi importanti perdendosi in stupidi dettagli per la paura di dover difendere a tutti i costi quel poco che si ha. Concentrarsi solo su ciò che si perde non aiuta a vedere cosa si potrebbe guadagnare di più grande rinunciando a qualcosa.

Lo so non sto dicendo nulla di nuovo. Ma per quanto scontato che sia, pensare al proprio orticello, guardarsi il suo, è ancora la legge che muove e regola le relazioni umane siano esse private o lavorative.

Tutto questo sebbene scontato e triste emerge soprattutto in periodi come questo dove l’umanità intera è messa a dura prova.

Sono questi i momenti dove think out of the box e out of your garden diventano fondamentali e chi li ha allenati nel corso degli anni è tra quelli papabili a salvarsi.

 

 

Quando le parole si ammalano, tocca a noi averne cura

Ho iniziato da poco una nuova lettura, sono proprio alle primissime pagine, quindi ve ne parlerò approfonditamente quando l’avrò finita. Si tratta del libro “Parliamoci chiaro” di Daniele Trevisani che spiega il Modello delle quattro distanze attraverso il quale si può mettere in atto una comunicazione efficace e costruttiva.

All’interno della prima pagina ho trovato la citazione del Monaco buddhista vietnamita Thic Nhat Hanh: “le parole possono ammalarsi, dobbiamo disintossicarle e riportarle alla piena salute.”

Questa frase mi ha fatto riflettere in quanto chi fa il mestiere del copy o del blogger o qualsiasi altro mestiere che ha a che fare con le parole, ha sempre a cuore il tema della cura delle parole.

Quando si usano le parole per rappresentare un’azienda, un prodotto, un’idea, per raccontare una storia, la scelta dovrebbe essere sentita come una grande responsabilità. Tutti coloro che lavorano con le parole dovrebbero avere un approccio cauto, come se stessero maneggiando un oggetto fragile. Dovrebbero essere consapevoli che quel determinato aggettivo con cui hanno deciso di connotare un prodotto non è altro che una delle mille sfumature possibili. E che l’affermazione di quel determinato aggettivo, escludendone altri, è quasi un atto di presunzione.

Quando manca il rispetto delle parole, abusiamo di loro, nel significato più drammatico che ci possa essere, ovvero operiamo nei loro confronti una vera e proprio violenza che prima o poi le indurrà a morte certa. Una parola muore ogniqualvolta diventa priva di significato, quando non sortisce più alcun effetto in chi la ascolta ma anche in chi la pronuncia. Le parole sono ciò che ci avvicina agli altri, ciò che accorcia le distanze fisiche e culturali. Ecco perché bisogna saperle utilizzare con cura. E qualora si abbia il sospetto che un atto di violenza venga compiuto dobbiamo adoperarci a dare salute a quella parola e. se moribonda. a darle nuova vita.

Con tutte le parole abusate si potrebbe scrivere un dizionario intero, che risulterebbe pieno di parole e privo di significati, perché quelle parole sarebbero spente, quasi invisibili. L’aziendalese, il politichese, il settore marketing, ogni ambito della vita umana è caratterizzato da un dizionario delle parole abusate. Anche il tuo personale, quotidiano, quello che utilizzi per parlare con i tuoi famigliari, i tuoi colleghi, i tuoi amici, ne è pieno zeppo.

Ognuno di noi dovrebbe indagare sul proprio modo di utilizzare le parole e imparare a gestirle in maniera più opportuna, proprio come si fa con un oggetto di valore, con qualcosa che per noi è di vitale importanza. Le parole sono un nostro potentissimo strumento che ci consente di comunicare al mondo ciò che siamo e allo stesso tempo sono un mezzo di accoglienza che accorcia le distanze.

Diamoci dunque, tutti quanti, questo  grande obiettivo per il nuovo anno: “Impariamo a maneggiare le parole come se fossero diamanti nelle nostre mani.”

Buone feste a tutti

Siamo tutti pesci che si arrampicano sugli alberi. Ma non per questo siamo stupidi

Ognuno è un genio. Ma se giudichi un pesce dalla sua capacità di arrampicarsi sugli alberi, vivrà tutta la sua vita credendo di essere stupido.” (Albert Einstein -così dicono)

Questa è una delle citazioni più gettonate del momento.

Riflettendoci un po’ sono giunta alla conclusione che, nella società attuale, siamo tutti pesci che si arrampicano sugli alberi. Perché le cose che non coincidono con il genio che c’è in noi sono molte di più rispetto a quelle che invece ci farebbero brillare come stelle.

E nessuno di noi si tira indietro. C’è chi lo fa per la pagnotta, c’è chi lo fa perché gli piacciono le sfide, c’è chi lo fa per senso di responsabilità e dovere.

Quindi, alla luce di quanto detto, tutti siamo pesci che si arrampicano sugli alberi. Ma non dovremmo per questo sentirci stupidi quando il nostro lavoro viene giudicato in proporzione a quello di qualcun altro, il quale in quelle determinate mansioni ha potuto esplicare tutto il genio che ha in sé.

Questo è secondo me un problema serio per un lavoratore. Diciamoci la verità, passiamo più tempo nei nostri uffici che nelle nostre case. Chi siamo e quanto valiamo lo stabilisce il nostro luogo di lavoro.

Sbagliato o giusto che sia dobbiamo lottare per trovare il nostro posto, la nostra dimensione, o quanto meno, per non perderci e restare fedeli alla nostra identità e al nostro genio.

Come possiamo fare?

  1. Rimaniamo centrati sulla nostra persona: dobbiamo essere sempre consapevoli di ciò che siamo, del nostro genio, delle nostre peculiarità. Non dimentichiamolo mai. Perché solo in questo modo riusciamo a trovare uno spazio all’interno del quale ci siamo solo noi e all’interno del quale le metriche di valutazione esterne non hanno accesso e potere.
  1. Non siamo supereroi, siamo lavoratori: possiamo fare del nostro meglio, ma se, nonostante questo, non riusciamo ad eccellere non possiamo farcene una colpa. Questo vale soprattutto per quelli che accettano ruoli e mansioni come sfida per superare sé stessi. Affinché non diventi una pratica frustrante, occorre capire che a volte possiamo anche deporre le mani e accettare il dato di fatto di non non poter risultare vincenti in tutto.
  1. Non ci auto-giustifichiamo: bisogna provare mille volte e non riuscire per arrivare alla resa finale. Non nascondiamoci dietro un dito con frasi del tipo “Non lo so fare”, “non è nelle mie corde”, “ho altre abilità”. Essere consapevoli è un conto, stare fermi e non provare è un altro.
  1. Armiamoci di hobby e passioni: coltiviamo sempre il nostro genio, prima o poi, incontreremo qualcuno che ne ha bisogno. Questo serve a non sprecare il nostro tempo a rincorrere geni altrui e a salvaguardare il nostro.

Questi sono i mantra che seguo per preservare il genio che c’è in me. I tuoi quali sono?