Il mestiere del Blogger: lo smart working e il personal branding ai tempi della quarantena

Per un Blogger freelance lo smart working non è una novità, si organizza da solo, non teme distanze fisiche e costruisce il suo personal branding nel 80% online. Di mattina gli basta uno schiocco delle dita per passare dalla zona casa alla zona lavoro, prova sulla sua pelle la condizione di lavoro no-stop e di abbrutimento totale se non riesce ad organizzare la sua giornata lavorativa.

Dopo un po’ diventa una questione di sopravvivenza mentale e fisica mettere dei paletti tra sé stesso e gli altri collaboratori e gestire il proprio lavoro come un qualsiasi lavoro di ufficio, infilarci una sessione di sport di sera o di mattina presto, coltivare hobby che lo spingono a distogliere il proprio pensiero dal lavoro.

E allora cosa cambia in questo periodo di quarantena? Innanzitutto aumenta la consapevolezza di quanto sia importante l’organizzazione del proprio lavoro. Occorre restare concentrati, non farsi prendere dal panico, essere presenti a se stessi.

Di seguito tre punti da applicare per riuscire ad affrontare nel migliore dei modi questo periodo critico:

  • consolidare la propria rete professionale
  • rafforzare il proprio personal branding online
  • progettare, progettare, progettare

Non appena è partita la quarantena i miei feed di facebook e instagram sono stati sommersi da iniziative gratuite di corsi, sessioni della durata di un’intera giornata completamente gratuite, professionisti che si prestavano a call gratuite per aiutare aziende in alto mare. Consigli su come impiegare il proprio tempo facendo sport in casa, yoga, o stimolando la propria creatività.

In poche parole vi ho descritto cosa fanno i veri professionisti in un momento di crisi: investono sul loro futuro e su quello degli altri perché sono consapevoli che attraverso la collaborazione che tutti noi riusciremo a venirne fuori.

Non si tratta di atti cartitatevoli, si tratta di personal branding. Il blogger professionista sa benissimo che per uscire da questa situazione deve mantenere ben saldo il proprio network e allora per evitare che le distanze fisiche diventino anche lavorative, investe su di esse il doppio.

Quindi decide di offrire il proprio contributo gratuito, sia formativo o di consulenza, partecipa ad iniziative online che appartengono al suo settore: in questo modo egli consolida la propria presenza come professionista in quel determinato settore. È consapevole che bisogna sfruttare al massimo i canali social per comunicare agli altri le proprio competenze e metterle al loro servizio.

Sembra facile, ma in realtà richiede al blogger una mentalità imprenditoriale e un lavoro estremamente strutturato ed organizzato. Il personal branding ai tempi della quarantena non si improvvisa, è il frutto di anni e anni di duro lavoro su sé stessi, che consente di dare il massimo proprio in un periodo così critico come quello che stiamo affrontando.

Non avere una visione imprenditoriale del proprio lavoro, strutturato ed organizzato, non ti consente di essere di aiuto agli altri e di comunicare agli altri quanto le tue competenze possono essere importanti.

L’ultimo punto è quello che mi sta più a cuore ed è la progettualità. Progettare, progettare, progettare, dovrebbe essere il mantra non solo di ogni blogger freelance, ma di ogni professionista, di ogni lavoratore. Progettare ha in sé l’idea del futuro, del sogno che si potrà avverare dopo e di come noi ci stiamo dando da fare affinché, quando il momento critico finisce, esso possa concretizzarsi. Personalmente credo che ognuno di noi debba vivere sempre con un piano b, anche se poi non servirà mai, se non lo vedremo mai completato come vorremmo, l’importante è averlo. Pensare che un giorno potremmo essere altro, o che quando ci toglieranno l’attuale vita lavorativa, saremo pronti già ad affrontarne un’altra, perché ci abbiamo lavorato nel corso degli anni, può fare la differenza nella percezione di ogni catastrofe, piccola o grande che sia.

Questo periodo aiuta a capire quanto la precarietà non deve spaventare e non va affrontata con la ricerca costante di soluzioni indeterminate e stabili, ma con la capacità di mettersi in gioco, reinventarsi, pensando al futuro anche se quello che ruota intorno a noi va a rotoli.

Ora faccio finta che l’anno sia iniziato in questi giorni, perché credo che dopo tutto questo cataclisma che si è abbattuto su di noi, l’umanità riuscirà a vivere una rinascita, e vi auguro un 2020, anzi meglio, una vita semore piena  di progetti da realizzare e di piani b.

 

Anatomia di un imprenditore alle prese con personal branding offline, newtork reale e la sindrome dell’impostore

Voglio dedicare quest’articolo dal mood estivo a quei manager, imprenditori, liberi professionisti, che operano nel mondo della comunicazione e del digital che non si sono costruiti un personaggio da guru sul web, non sono impegnati in un personal branding online pressante, non presenziano costantemente i social network; tuttavia essi esistono, lavorano duramente, hanno un curriculum vitae di tutto rispetto, esperienze comprovate. In poche parole sono in gamba!

Sono quelli che durante le ferie, finalmente un po’ più liberi, corrono in libreria ad acquistare libri su quelle competenze in cui si sentono ancora mancanti, per risolvere quelle problematiche che hanno riscontrato durante l’anno lavorativo. Oppure in alternativa acquistano su Amazon libri che sono stati scritti solo negli USA perché quelle materie di studio in Italia non sono ancora state sviluppate.

Queste persone si sentono sempre mancanti, nonostante la loro comprovata bravura, si misurano sempre con chi ne sa più di loro, con chi è arrivato prima di loro e sono fortemente ancorati a quella che è la realtà del loro mondo professionale e non con la virtualità.

Sono inevitabilmente affetti dalla sindrome dell’impostore, che in loro funge da leva per l’accrescimento costante della propria professionalità, in quanto il fatto di sentirsi sempre mancanti di qualche nozione, competenza, informazione, li spinge a studiare, cercare, confrontarsi.

Sono quelli che hanno come medaglia al valore “i clienti storici”, e non credo che oggi sia da tutti riuscire a mantenere dei clienti nel corso degli anni. Sono quelli che innescano il circolo virtuoso di un’economia relazionale, dove ciò che conta sono i rapporti umani, esserci per i propri clienti costantemente, quando ne hanno bisogno, educarli nelle lunghissime riunioni a cui partecipano, far percepire al cliente che ciò che gli stanno proponendo gli può essere davvero utile.

Sono quelli che nel loro contesto lavorativo sono chiamati costantemente dai colleghi e collaboratori per avere un consiglio e che non si tirano mai indietro, sanno fare networking perché non amano il ruolo da prima donna e in una community reale hanno follower e condivisioni. Sebbene tutto questo sembri un po’ preistorico è qualcosa che esiste ed esisterà sempre, perché è realtà, quotidianità. E’ il personal branding offline, stancante e faticoso. Esso implica una costante capacità di confrontarsi con il pensiero altrui, di creare un rapporto di fiducia.

Tuttavia quando chiedi loro: “Perché non fai anche tu personal branding? Apri un blog, posti su LinkedIn?” Loro con grande umiltà e rammarico ti rispondono: “E’ vero, dovrei farlo, ma a volte stare dietro ai clienti, ai lavori, non mi dà il tempo di fare altro.” Il loro telefono nel frattempo squilla, ti chiedono educatamente scusa mentre li vedi già con lo sguardo altrove, con un sorriso accogliente sul volto, pronti ad immergersi in un’altra lunghissima sessione con un altro cliente, totalmente concentrati su di lui.

Buon proseguimento di vacanze a tutti…