Il mestiere del blogger: gestione di un nuovo cliente, conoscenza del prodotto e strategia di comunicazione

Non sempre i blogger hanno la fortuna di poter scrivere di ciò che conoscono a menadito e quindi cosa può fare un blogger quando gli viene commissionato di strutturare una strategia di comunicazione su un argomento/prodotto/servizio che non conosce?

Cosa devo fare quando mi viene commissionata la gestione di un blog su un prodotto/servizio che non conosco?

La fase della ricerca è fondamentale ma per un blogger ci sono degli ostacoli da superare. Innanzitutto la percezione del valore del blog da parte del committente. Nonostante si proclami oramai da anni che content is the king, il blogger si trova ancora a dover combattere contro i mulini a vento quando cerca di far capire in che modo va gestito il workflow della produzione dei contenuti. 

Nella maggior parte delle aziende l’opinione comune è quella che la fase della scrittura e quindi della creazione dei contenuti sia la più semplice. Cosa può mai servire ad un blogger? Un pc e la sua abilità creativa. È come se il cervello del blogger fosse un pozzo onnisciente, un cilindro magico da cui estrarre contenuti ad hoc all’occorrenza.

Mi è capitato infatti di dover trattare  argomenti difficilissimi abbandonata a me stessa, tra le quattro mura della mia location lavorativa senza poter chiedere una briciola di informazione a nessuno.

La fase della ricerca è quindi fondamentale e altrettanto complicata. Cerchiamo di capire cosa succede nella vita reale. Il primo step che devi fare anche se il più delle volte farai un buco nell’acqua è quello di rivolgerti al committente e chiedergli tutte le news che ha su quel determinato topic (prodotto/servizio che sia). 

Se lavori per un’agenzia il più delle volte ti rifila il leaflet dell’azienda, composto da al massimo un paio di paginette in cui sono sintetizzati al massimo i prodotti e i servizi. Se sei fortunato ti consegna una brochure di 24 pagine con una postilla: questa brochure è stata fatta dall’agenzia precedente e il proprietario dell’azienda non è molto soddisfatto perché i prodotti sono spiegati male. Bene! È come un cane che si morde la coda. E a te non resta che leggere quel materiale e poi fare di testa tua.

Se invece hai il contatto diretto con l’azienda di cui devi scrivere, fai attenzione al tuo referente, accertati che sia per l’azienda una fonte autorevole, in modo da non essere costretto a cambiare quello che hai scritto in base all’interlocutore aziendale che lo legge.

Fai tutte le domande che ti vengono in mente e osserva come viene descritto il prodotto dall’azienda, quali parole utilizza, i valori che intende trasmettere. Il tuo interesse deve rivolgersi non solo alle specifiche tecniche del prodotto ma anche ai vantaggi che si traggono dal suo utilizzo. Questi ultimi ti saranno utili per capire in che modo la gente può risolvere i propri problemi grazie a quei prodotti/servizi.

Dietro alla nascita di un’azienda ci sono storie interessanti che non riguardano solo il profitto e se riesci a venirne a conoscenza puoi creare degli ottimi testi per il tuo pubblico. Quindi poni l’attenzione sul perché, sul cosa e sui benefici.

Informati come se fossi un potenziale cliente, ti consentirà di metterti nei suoi panni e ad erogare testi che risulteranno utili.

Come ho anticipato la tua fase di ricerca iniziale dovrà essere su due fronti: interno e quindi a diretto contatto con il committente ed esterna ovvero le tue ricerche personali.

Per le seconde ci sono tre fattori che possono guidarti nella scelta della fonte giusta:

  • L’esperienza
  • Il passaparola
  • L’intervista

Partiamo con il primo, l’esperienza. Allena il tuo radar interiore ad intercettare la fonte giusta. Per fare questo hai bisogno di leggere, studiare. Dopo un po’ ti verrà facile capire quale fonte è attendibile e quale scartare. Di solito una fonte attendibile è quella che non ha solo teoria ma analizza esempi concreti.

Il secondo punto è ciò che dicono i forum e le social community su prodotti e servizi simili. Di solito questi luoghi virtuali ti aiutano a capire le domande che delle persone non competenti e ad analizzare le risposte degli esperti. In questo modo ti puoi rendere conto dei dubbi dei potenziali clienti e puoi strutturare i tuoi articoli come risposta ad essi.

Infine l’intervista con l’esperto del settore ti aiuta a sviscerare l’argomento, eliminando eventuali dubbi. Puoi richiedere l’intervista direttamente al ceo dell’azienda o a chi per esso. In questo modo potrai renderti conto di come “sentono” l’azienda, i prodotti e che tipo di rapporto instaurano con i clienti.

Dopo la fase della ricerca e quindi dopo essere arrivato ad un punto in cui padroneggi l’argomento, prima di procedere con i tuoi post devi porti e porre ancora alcune domande.  

Come agisco se la strategia di comunicazione attuata fino ad ora dall’azienda non è efficace, ma l’azienda non ne è consapevole?

Innanzitutto devi chiarire con l’azienda quali obiettivi intende raggiungere con il blog, capire quali sono stati raggiunti fino ad ora e se è il caso di continuare il lavoro fatto in precedenza o proporre una strategia nuova.

Può capitare che l’azienda, ignara di come si imposti la strategia di comunicazione di un blog, reputi che il lavoro svolto fino a quel momento abbia bisogno solo di qualche modifica. 

Purtroppo tu visionando il materiale non sei assolutamente d’accordo e pensi invece che ci sia bisogno di un cambiamento radicale per una serie di motivi:

  • Non è in linea con la buyer persona
  • Non rispecchia il customer journey
  • Non è in linea con gli obiettivi aziendali
  • Non è assolutamente accettabile come comunicazione di un blog.

In questo caso dovrai armarti di santa pazienza e illuminare i tuoi interlocutori sulla necessità di lavorare ancor prima che sui testi, sull’ analisi dei propri lettori e quindi potenziali clienti.

Anche quando lavori in un’agenzia e sviluppi le tue attività di blogging in autonomia dovrai chiarire a chi ha il contatto diretto con l’azienda l’esigenza di un cambiamento della strategia di comunicazione. 

Presenta la tua strategia di comunicazione per il blog aziendale affrontando i seguenti punti:

  • L’analisi della buyer persona
  • L’analisi del customer journey
  • Smart goal che si intendono raggiungere
  • Analisi delle keywords
  • Piano editoriale

Il tuo interlocutore deve capire che gestire un blog non si riduce alla semplice stesura di articoletti più o meno creativi, ma è una vera e propria strategia che si articola su analisi ben precise. In questo modo riuscirai a dare valore al tuo lavoro e illuminerai il tuo cliente sulle potenzialità di un blog.

Conclusioni

Come puoi ben vedere il lavoro da blogger non si riduce allo stare seduto ad una scrivania e partorire testi creativi per un’azienda. Il blogger sviluppa una strategia di comunicazione, in base ai risultati delle sue ricerche, al posizionamento dell’azienda sul mercato e agli obiettivi che vuole raggiungere.

I dubbi di un blogger

 

In questo post affronto un argomento che credo stia a cuore alla maggior parte dei blogger, ovvero i mille dubbi che attanagliano questa professione. Il mestiere del blogger è fatto di mille incertezze, in quanto non puoi sempre scrivere di argomenti in cui sei ferrato o che ti piacciono. Provo ad elencarne alcuni a cui, se vorrai, potrai aggiungere i tuoi personali.

Cosa vuoi che racconti davvero della tua azienda?

Uno dei tanti dubbi che attanagliano un blogger è la responsabilità di comunicare il focus di un’azienda, il suo business e il suo valore. Il più delle volte l’azienda ha una percezione di sé che poco corrisponde a quella dei suoi clienti e quindi il blogger si trova a ricoprire il non facile ruolo di  mediatore tra l’universo narrativo che l’azienda vorrebbe imporre sul mercato e quello che invece i suoi clienti già stanno creando a sua insaputa. Gli universi narrativi delle aziende non partono dall’alto, non vengono imposti, ma vengono co-creati insieme al proprio pubblico.

Qual è il pubblico?

La conoscenza del proprio pubblico è diretta conseguenza della prima domanda. Se l’azienda non conosce bene il suo pubblico molto probabilmente racconta una parte di se che per i suoi clienti non è importante e non riesce a coinvolgerli come vorrebbe. Il blogger racconta i benefici del prodotto, l’aiuto che il pubblico riceverà dall’utilizzo del prodotto o servizio.

Qual è la comunicazione che devo adottare?

Il blog si inserisce all’interno di un piano di comunicazione, non è una cosa a sé stante che può seguire regole autonome. Non deve stonare con il resto della comunicazione. Quindi non solo bisogna esaminare come comunica l’azienda ma valutare anche se il blog può permettersi uno strappo alla regola oppure no.

Ho capito bene qual è il business dell’azienda?

Non sempre il blogger ha la fortuna di trattare argomenti in cui è particolarmente ferrato o che gli piacciono. Il più delle volte si tratta di argomenti ostici o sconosciuti. Capita spesso che l’azienda dia per scontato che il blogger non abbia difficoltà a capire il business o il suo prodotto e nel massimo della collaborazione gli fornisce una brochure di una pagina in cui sono racchiusi in maniera sintetica e incomprensibile tutti i suoi servizi da cui il blogger deve trarre una decina di post. Pura follia.

Quali sono le fonti attendibili per approfondire l’argomento?

Questa domanda è strettamente collegata con quella precedente. Ovviamente se non si conosce l’argomento è anche difficile parlarne. Il blogger come abbiamo detto il più delle volte riceve zero materiale su cui documentarsi e quindi deve cercare altrove per approfondire l’argomento. In realtà l’argomento va studiato a priori per fare le domande giuste all’azienda e metterla nella condizione di fornire le risposte che servono al blogger per scrivere gli articoli.

Conclusioni

Come vedi in questo post non ci sono soluzioni. Ci sono solo domande. Ciò che mi interessa è far risaltare la fatica che c’è dietro il mestiere del blogger. Scardinare la concezione seconda la quale chiunque sappia scrivere, possa farlo, così come la falsa credenza che basta essere creativi per poter scrivere pezzi stratosferici. La creatività serve in un secondo momento, quando dopo aver studiato e approfondito argomento, pubblico, azienda, crei un racconto unico per la tua azienda cliente. Ora tocca a te! Se ti va, puoi rispondere alla mia domanda:

Quali sono i tuoi dubbi da blogger?

A lezione di copy da QVC

Quattro giorni di influenza, il cervello ko e l’unica fonte di distrazione dalla febbre la televisione. E tra uno zapping e l’altro sono stata catturata letteralmente da un unico e solo programma, QVC Italia. All’inizio ero solo incuriosita dai prodotti, poi più la febbre scemava, più i miei neuroni si attivavano, più l’addiction al programma aumentava. Dai prodotti la mia attenzione si è spostata sui presenter e poi su ciò che dicevano, le parole che utilizzavano. Qualcuno potrebbe obiettare che l’attenzione era catturata dai prodotti e quindi era stato facile per me diventare una fan.

Eppure credetemi non penso di essere in target per tutti i capi presentati. Ma in poco tempo sono diventata fan del programma.

Mi sono detta che se qualcuno vuole iniziare a capirci di copywriting può farlo partendo proprio dagli script che utilizzano i presenter nel programma TV di Qvc.

Il tipo di comunicazione utilizzata si basa su tre elementi, perlomeno quelli che una me febbricitante ha colto al volo:

  • accuratezza
  • positività
  • empatia

1. Linguaggio accurato

La scelta delle parole è sempre accurata, mai lasciata al caso, per cui non sentirete mai frasi del tipo: “Non vogliamo farti perdere tempo”. Una frase del genere verrà  sapientemente sostituita con: “Sappiamo che il tuo tempo è prezioso”. Oppure “siamo consapevoli del valore che il tempo ha per te.” Le parole non sono buttate li a caso ma sono scelte con sapiente maestria. Si nota proprio questo nel presenter di QVC: la sua attenzione ai propri ascoltatori e al tipo di comunicazione piu adatta.

2. Positività

Per fare breccia nel cuore dei propri utenti è importante utilizzare una comunicazione  che non faccia luce sugli aspetti negativi fisici o caratteriali trattandoli per tali, ma li sottolinei in modo positivo. Un esempio è la vendita di stivaletti dal materiale elastico che li rende comodi anche per le donne che hanno il “collo del piede importante”.

Ecco che un difetto del piede che poteva essere defintio con aggettivi del tipo grosso, largo, grasso, nella descrizione su menzionata diventa “un collo del piede importante”.  Si nota subito che in questo modo la percezione del difetto in una comunicazione positiva cambia drasticamente in meglio.

3. Empatia

Enttambi gli esempi sopra citati sono le basi per la costruzione di una comunicazione empatica. L’attenzione alle esigenze del cliente è altissima. Le descrizioni dei prodotti e dei materiali sono totalmente focalizzati sulle esigenze dei clienti. Su di esse si costruisce un accurato storytelling, contestualizzando l’utilizzo di quella determinata maglia o pantalone o  scarpa che sia. Un esempio interessante è la vendita di una giacca da casa felpata, in diverse fantasie. Il presenter di QVC pone subito l’accento sull’utilizzo del prodotto, “quando si è comodamente a casa” , e ne sottolinea il vantaggio,  “per essere sempre presentabili anche quando ci chiama la vicina per essere aiutata con la spesa.”

Nella nostra memoria visiva scatta subito proprio quell’immagine così ben delineata dal presenter e ci immaginiamo pronte ad aiutare la vicina in maniera finalmente presentabile. Fare leva sul contesto fa sì che l’immedesimazione da parte del cliente sia immediata.

L’attenzione alla comunicazione è tale che QVC ha creato un proprio vocabolario, https://www.qvc.it/generic-pages/footer/il-tuo-shopping/le-parole-di-qvc.html,  grazie al quale l’utente riesce ad orientarsi tra le varie tipologie di offerte.

Scarsità e urgenza è ciò su cui fa leva questo vocabolario, e allo stesso tempo la sua condivisione pone l’accento sul senso di appartenenza a una community.

Conclusioni

Ecco un consiglio che mi permetto di dare a te che sei aspirante copywriter e non sai da dove cominciare: ascolta QVC e ti renderai conto di quanto possa essere importante una comunicazione efficace. Un altro consiglio che ti dó è quello di allenare i tuoi sensi a cogliere tutte le situazioni in cui ti rendi conto che la comunicazione messa in atto è quella giusta.

 

Quando le parole si ammalano, tocca a noi averne cura

Ho iniziato da poco una nuova lettura, sono proprio alle primissime pagine, quindi ve ne parlerò approfonditamente quando l’avrò finita. Si tratta del libro “Parliamoci chiaro” di Daniele Trevisani che spiega il Modello delle quattro distanze attraverso il quale si può mettere in atto una comunicazione efficace e costruttiva.

All’interno della prima pagina ho trovato la citazione del Monaco buddhista vietnamita Thic Nhat Hanh: “le parole possono ammalarsi, dobbiamo disintossicarle e riportarle alla piena salute.”

Questa frase mi ha fatto riflettere in quanto chi fa il mestiere del copy o del blogger o qualsiasi altro mestiere che ha a che fare con le parole, ha sempre a cuore il tema della cura delle parole.

Quando si usano le parole per rappresentare un’azienda, un prodotto, un’idea, per raccontare una storia, la scelta dovrebbe essere sentita come una grande responsabilità. Tutti coloro che lavorano con le parole dovrebbero avere un approccio cauto, come se stessero maneggiando un oggetto fragile. Dovrebbero essere consapevoli che quel determinato aggettivo con cui hanno deciso di connotare un prodotto non è altro che una delle mille sfumature possibili. E che l’affermazione di quel determinato aggettivo, escludendone altri, è quasi un atto di presunzione.

Quando manca il rispetto delle parole, abusiamo di loro, nel significato più drammatico che ci possa essere, ovvero operiamo nei loro confronti una vera e proprio violenza che prima o poi le indurrà a morte certa. Una parola muore ogniqualvolta diventa priva di significato, quando non sortisce più alcun effetto in chi la ascolta ma anche in chi la pronuncia. Le parole sono ciò che ci avvicina agli altri, ciò che accorcia le distanze fisiche e culturali. Ecco perché bisogna saperle utilizzare con cura. E qualora si abbia il sospetto che un atto di violenza venga compiuto dobbiamo adoperarci a dare salute a quella parola e. se moribonda. a darle nuova vita.

Con tutte le parole abusate si potrebbe scrivere un dizionario intero, che risulterebbe pieno di parole e privo di significati, perché quelle parole sarebbero spente, quasi invisibili. L’aziendalese, il politichese, il settore marketing, ogni ambito della vita umana è caratterizzato da un dizionario delle parole abusate. Anche il tuo personale, quotidiano, quello che utilizzi per parlare con i tuoi famigliari, i tuoi colleghi, i tuoi amici, ne è pieno zeppo.

Ognuno di noi dovrebbe indagare sul proprio modo di utilizzare le parole e imparare a gestirle in maniera più opportuna, proprio come si fa con un oggetto di valore, con qualcosa che per noi è di vitale importanza. Le parole sono un nostro potentissimo strumento che ci consente di comunicare al mondo ciò che siamo e allo stesso tempo sono un mezzo di accoglienza che accorcia le distanze.

Diamoci dunque, tutti quanti, questo  grande obiettivo per il nuovo anno: “Impariamo a maneggiare le parole come se fossero diamanti nelle nostre mani.”

Buone feste a tutti

EQ Cafè -Connessione, il laboratorio dell’intelligenza emotiva

 

Mercoledì scorso ho partecipato al primo laboratorio, EQ Cafè-Connessione che si è tenuto a Napoli, EQ Cafè è un’attività di 6seconds, il network di esperti sull’intelligenza emotiva, che hanno il compito di diffonderla a livello globale.

Il laboratorio verteva su tre tematiche che reputo fondamentali e strettamente collegate tra di loro:

  • connessioni
  • intelligenza emotiva
  • gli obiettivi  globali per lo sviluppo sostenibile

La nostra docente Maria Iorio ha gestito il laboratorio dando voce ad ognuna delle nostre esperienze personali, consentendoci di connetterci l’un con l’altro e facendoci scoprire o riscoprire il potere delle connessioni.

Viviamo in una società in cui prevalgono le disconnessioni, siamo sempre più isolati nei nostri mondi, nei nostri piccoli microcosmi. In questo modo perdiamo tutti i benefici che derivano dalle connessioni, ovvero che ci fanno stare bene, in salute, che ci aiutano persino a raggiungere grande obiettivi  come quelli globali  per lo sviluppo sostenibile: povertà, istruzione, diseguaglianza, flora e fauna terrestre, flora e fauna acquatica, innovazione, parità di genere e via discorrendo.

In che modo quindi le connessioni e l’intelligenza emotiva possono aiutarci a raggiungere traguardi così impegnativi?  Ve lo svelo raccontandovi come si è articolato il laboratorio.

Ogni partecipante è stato chiamato ad esprimere le proprie emozioni rispetto al  raggiungimento di questi obiettivi per lo sviluppo sostenibile: in che modo si sentiva responsabile e quale poteva essere il suo contributo o, viceversa, quanto invece si sentiva impotente ed era consapevole di poter fare ben poco per risollevare la situazione.

Ad una seconda lettura del laboratorio a cui ho partecipato mi è venuto in mente Rotter e la sua distinzione delle persone in due tipologie di individui ideali, quelli con il locus of control interno e quelli con il locus of control esterno. Mi spiego meglio. Secondo Rotter il Locus of Control è il centro del comando, chi lo ha interno si sente responsabile ed è motivato e parte dal presupposto che le sue azioni possono portarlo a determinati risultati. Al contrario chi ha il locus of control esterno pensa che qualsiasi sua azione sia inutile in quanto il successo dipende da fattori esterni e non da lui. Ciò che mi ha sorpreso di più durante il laboratorio è riscontrare che la maggior parte dei partecipanti apparteneva alla categoria dei motivati.

Ed infatti quando siamo stati invitati a scegliere da uno a 4 obiettivi che più ci rappresentavano e poi a motivarne la scelta,  credo che il laboratorio abbia raggiunto il momento massimo di condivisione e connessione: ognuno di noi si è raccontato ed ho capito che dietro ad ogni obiettivo globale c’era un pezzo di vita impegnata a migliorare, nel proprio piccolo, quella determinata problematica.

Da che eravamo tanti tasselli sconosciuti ed isolati abbiamo iniziato a scoprire quanto temi così importanti che a volte si pensa siano al di fuori della portata del singolo, fossero in grado di connetterci. C’è chi condivideva l’hobby dell’orto attraverso il quale sosteneva uno stile di vita green, o chi era impegnato attivamente nel miglioramento dell’istruzione scolastica.

Ognuno di noi durante il laboratorio, con più o meno consapevolezza, ha connesso il proprio mondo, le proprie esperienze, con quello dell’altro. Credo sia questo il grande valore della connessione, la capacità di riconoscere il proprio impegno in quello dell’altro e di non sentirsi più soli nei propri sforzi. Ed è qui che entra in gioco l’intelligenza emotiva che è in grado di creare connessioni di valore con gli altri.

In che modo? Imparando a riconoscere le emozioni, le nostre e quelle altrui,  e a gestirle. Per retaggio culturale tendiamo a pensare che i problemi si risolvano razionalmente e fattivamente. Escludendo la componente emotiva ci priviamo della possibilità di accedere ad una serie di soluzioni che solo le emozioni possono indicarci. Se incominciamo ad allenarci con le emozioni, a riscoprire questa parte ancestrale di noi stessi, siamo sicuri di costruire una società basata su connessioni e non su persone chiuse nei loro piccoli mondi.  Connessioni grazie alle quali possiamo raggiungere grandi traguardi.

 

Utilizzo di termini tecnici nella formazione: la storia del toast

 

La maggior parte dei partecipanti inizialmente ha riso, pensando che si trattasse di una battuta. Dopo un po’ però, poiché alla nostra ilarità non corrispondeva quella del docente, abbiamo capito che non stava scherzando affatto, ed è calato improvvisamente un silenzio imbarazzante su tutta l’aula. Credo che tutti, compresa la sottoscritta, in quel momento si siano sentiti abbastanza stupidi per aver frainteso ciò che diceva l’insegnante, tra l’altro con una tale naturalezza, da far sembrare chiunque non capisse un perfetto deficiente.

Fortunatamente, il suo accompagnatore in un moto di ascolto empatico, resosi conto dell’incomprensione da parte dei più, ci ha spiegato che questo benedetto toast altro non era che la notifica della ricezione di un messaggio e ci ha indicato dove la potevamo visualizzare. Ha anche aggiunto che si chiama così in quanto compare dall’alto verso il basso come quando salta il toast in un tostapane.

Ovviamente, trattandosi di platea giovane abbiamo iniziato a riderci su, facendo battute cretine sul toast, che avremmo preferito riceverlo su un piatto, che lo volevamo al prosciutto ecc… Battute sciocche, perché l’incomprensione a volte, fortunatamente, genera ilarità.

L’episodio del toast mi ha condotto ad alcune riflessioni:

  1. il tempo impiegato a chiarire un termine tecnico non compreso dai partecipanti è tempo sprecato
  2. quando il termine tecnico può essere sostituito con un termine di uso comune è doveroso utilizzare il secondo
  3.  i docenti che utilizzano termini tecnici hanno paura che il proprio ruolo venga minato.

Analizziamo i tre punti:

  1. Valuta il tempo di apprendimento

Non dare per scontato il tempo di apprendimento di un’aula. Puoi trovarti di fronte partecipanti che masticano un po’ della tua materia e allora sarà tutto più scorrevole, così come puoi trovarti di fronte persone che sono lontane mille miglia da quello che stai dicendo loro e hanno bisogno di più tempo per seguirti. I termini tecnici contribuiscono ad allungare quel tempo, soprattutto nel secondo caso. Ecco perché è buona norma utilizzarli solo se è proprio necessario.

2. Fai la scelta del termine giusto

Quando ti trovi davanti alla scelta tra un termine tecnico e uno di uso comune, il secondo è quasi sempre la scelta vincente. Ovviamente dipende dal contesto. Ma se ti trovi davanti ad una classe che non mastica la tua stessa lingua puoi incappare in silenzi imbarazzanti e dover ripetere un passaggio più di una volta. Se il termine tecnico, come nel caso del toast, è legato ad un aneddoto simpatico da raccontare, lo puoi menzionare, ma sempre dopo esserti accertato che i partecipanti abbiano capito davvero di cosa stai parlando.

3.  Non temere che il tuo ruolo venga minato

Il tuo ruolo verrà maggiormente riconosciuto quando sarai in grado di far capire a tutti la tua materia. Fare colpo con termini tecnici non ti aiuterà molto e rischi che la classe ad un certo punto non ti segua più.

Posso capire questo atteggiamento da chi è all’inizio. Ma la sicurezza acquisita nel tempo dovrebbe farti cambiare idea sul reale successo del tuo corso: esso va valutato in base alla tua capacita di rendere comprensibile ciò di cui stai parlando e non sull’abilità di darti un tono, utilizzando termini tecnici e poco chiari.

Cerca di rendere i tuoi corsi i più chiari possibili, non abusare di termini tecnici che in alcuni casi possono  rovinare la fluidità dell’apprendimento e compromettere il clima di condivisione instaurato con la tua classe. Valuta il successo del tuo corso in base al coinvolgimento che sei riuscito a creare e al risultato di apprendimento che sei riuscito ad ottenere.

 

Formazione: quanto conosci la tua platea?

Un corso va impostato e gestito tenendo conto di diversi fattori che reputo fondamentali:

  • il pubblico non è sempre lo stesso
  • il corso non è stato scelto dai corsisti
  • ci sono dei sabotatori
  • non tutte le tematiche trattate coinvolgeranno il pubblico

Il pubblico cambia in base al contesto che ti accingi ad approcciare, cambia in base alla nazionalità, all’impostazione aziendale, all’età media dei lavoratori e via discorrendo. Tenere in considerazione queste differenze ti aiuta ad impostarlo nel modo più efficace possibile.

Le aziende il più delle volte impongono corsi che non trovano grande consenso tra i dipendenti. Molte aziende ad esempio per vanagloriarsi di essere innovative sottopongono i propri dipendenti a corsi digital per i quali non sono assolutamente pronti. Altre invece, nonostante abbiano lavoratori più che pronti ad affrontare tematiche specifiche di un determinato settore che consentirebbero loro di fare un upgrade professionale, continuano a  proporre loro corsi non in linea con le esigenze reali.

Tenere conto di questi fattori ti aiuta a dare il giusto indirizzo al tuo corso, a capire quale delle tematiche su cui lo hai impostato deve essere spinta maggiormente e quale invece puoi anche mettere da parte, perché avrà un effetto controproducente sull’atmosfera che si è creata in classe.

Ciò che è fondamentale, subito dopo che ti sei presentato, è capire la tua classe, percepire l’umore generale e comportarti di conseguenza. Se sei alle prime armi non commettere l’errore di presumere di trovarti di fronte ad un’aula di professionisti che nella migliore delle circostanze sarà motivata, nella peggiore simulerà interesse. Non c’è niente di più sbagliato. Il fatto stesso di riunire un gruppo di adulti dai 30 in su, in un’aula, li farà regredire all’età scolastica. Poiché questa formazione è anche gratis, quindi non hanno dovuto sudare per averla, saranno anche polemici, con la puzza sotto il naso, con il classico atteggiamento di chi avrebbe potuto fare centomila cose migliori di quella che l’azienda e tu lo state costringendo a fare. Ti troverai di fronte ad una tipica classe liceale con il primo della classe, quello che deve fare sempre e comunque bella figura, il leccapiedi che ti lusingherà su ogni cosa che dirai, il bullo della classe che ti farà capire subito che lui è il più forte e che ti sta concedendo proprio un gran favore a stare insieme a te. Ci sarà quello timido, il taciturno e il disinteressato. Se ti vengono altri esempi di tipologie di alunni dai 10 anni ai 18, metticeli perché di sicuro li incontrerai.

Le prime volte sarai abbastanza sconvolto e ringrazierai il tuo dio di essere arrivato a fine corso e ti riprometterai di non accettare più incarichi da quell’azienda. Per fortuna poi le cose cambiano.

Tu cambi e di conseguenza il tuo approccio. D’improvviso entrare in un’aula non ti fa più paura, non sei più intimorito dalla platea e soprattutto hai imparato la lezione: prima di partire con il corso devi conoscere le persone che ti stanno di fronte, sondare la loro volontà di apprendere e partecipare, cercare di capire chi ti  può sabotare e chi no.

Un paio di anni fa ho partecipato ad un corso e devo riconoscere che la formatrice era una davvero tosta, di quelle con gli attributi. All’interno dell’aula c’era il classico bullo che non vedeva l’ora di mettersi in mostra e creare disturbo. La signora, di un’eleganza innata, ha iniziato a giocare una metaforica partita di tennis con questo bullo, per cui ad ogni frase polemica, ad ogni opinione espressa per creare disagio, rispondeva senza scomporsi e metteva a segno un punto. Il bullo, oggettivamente in difficoltà, non si rendeva conto di essere perdente sin dall’inizio, e lei per disorientarlo ancora di più, di tanto in tanto gli concedeva delle simil-vittorie, annuendo a ciò che diceva. Il tempo però che questi abbassava la guardia, la formatrice metteva a segno un altro punto.

Alla fine erano diventati grandi amici, in quanto il bullo aveva iniziato a capire che qualsiasi cosa avesse detto o fatto non ne sarebbe uscito vincente. Morale della favola: la formatrice aveva colto la sfida, non aveva ignorato il bullo, sapendo di poter gestire la situazione e, dopo aver messo a segno un paio di colpi, ne era uscita a testa alta riuscendo a coinvolgere quello che in quel momento era il sabotatore del suo corso.

Ciò che ha sempre suscitato la mia ammirazione è l’abilità del formatore di saper reimpostare il corso durante la lezione stessa, spingendo sulle tematiche che creano maggiore interesse, senza battute di arresto  e senza che la classe se  ne renda conto. Se non ti sei dato da fare ancora in questo senso, ti consiglio di farlo subito.

Di solito succede questo: durante un corso, dopo un momento in cui la tensione è alta, dove tutti i partecipanti hanno raggiunto il massimo del coinvolgimento il docente dice: “A questo punto avrei voluto farvi vedere determinate slide, ma preferisco andare oltre e passare direttamente a…”. Questo è il classico esempio di chi è molto attento alla recezione della sua classe, si rende conto di aver raggiunto il massimo dell’attenzione e del coinvolgimento e per non perderle continua sulla strada che ha scaldato gli animi.

A questo punto potrai rispondermi: “Già è tanto che sono riuscito a coinvolgere i partecipanti, figuriamoci se riesco pure a reimpostare il corso…”

E su questo non ti posso dare che ragione. Il coinvolgimento è una gran bella sfida ed ho già pronto un suggerimento per te.

Ciò che scalda maggiormente gli animi dei partecipanti è la capacità di rapportare le materie proposte dal corso alla realtà lavorativa. Ecco perché un bravo formatore studia sempre il settore presso il quale farà formazione. Fare esempi calzanti serve ai corsisti a prendere subito confidenza con la materia del corso, accresce il coinvolgimento e la partecipazione. Invoglia il tuo pubblico a dire la propria opinione sull’utilità di applicazione di quella tematica nel proprio lavoro.  Le varie considerazioni possono essere fondamentali per migliorare l’impostazione del tuo corso.

In definitiva ciò che ti viene chiesto in assoluto durante un corso, è l’ascolto attivo. Perché? Perché ti rende sensibilissimo alla tua classe aiutandoti a gestirla nel modo migliore. Non sempre si è dotati di un carattere carismatico in grado di trascinare le folle, e di creare consenso immediato. Però si può essere degli attenti ascoltatori e questo può aiutarti nel creare il tuo approccio personalizzato.

La formazione come tutti gli altri mestieri è una attitudine che si può sviluppare ed implementare nel corso del tempo. Io, ad esempio, sono figlia di una professoressa di matematica, per cui ho sviluppato dall’adolescenza in poi un rifiuto nei confronti dell’insegnamento. Non avrei mai detto che un giorno mi sarei trovata nella condizione di dover formare colleghi sull’utilizzo di alcuni software e app.  Sono rimasta a dir poco sconvolta quando uno di loro mi ha detto “Avresti dovuto fare l’insegnante, sei proprio brava.”

Formare, educare, diventano una vocazione quando tu credi in quello che stai insegnando e per trasmetterlo a chi ti sta di fronte cerchi le strade migliori affinché la tua materia venga compresa senza troppi sforzi e nei casi migliori venga amata come la ami tu.