Orlando e l’attesa dell’email


Orlando tornò a casa nel primo pomeriggio, totalmente adrenalinico. La madre non lo riconosceva, sembrava un invasato mentre raccontava del colloquio, del suo primo progetto a cui aveva lavorato, della soddisfazione di Filippo nel leggere le sue parole, proprio quelle scritte da lui.
Raccontò tutto per filo e per segno e quando la madre gli chiese del tipo di inquadramento, dello stipendio lui rispose con tanta pazienza con le stesse parole di Filippo, specificando che ora non era semplicemente uno stagista, ma addirittura il co-fondatore.
“La stima che mi sono guadagnato è tale, mamma, che a breve firmerò un contratto di socio co-fondatore, di una grande azienda.”
La madre spinta dal tipico istinto ancestrale che appartiene a tutti i genitori, si fece solo promettere dal figlio che avrebbe fatto leggere il contratto al loro commercialista prima di firmarlo e che non avrebbe cacciato soldi di tasca sua.
Orlando la guardò con occhi benevoli, e pur di non farla preoccupare acconsentì pensando tra sé e sè: “Non appena i guadagni della mia agenzia saranno corposi, vado a vivere da solo.”
Basta, bisognava tagliare quel cordone ombelicale. Oramai aveva 25 anni, doveva lanciarsi nel mondo degli adulti.
Dopo aver scaricato l’adrenalina, non gli rimase che attendere la famosa email contenente il contratto.
Attese un pomeriggio, una sera e una notte. Dell’email nessuna traccia. L’indomani decise quindi di uscire a fare una passeggiata: aveva bisogno di distrarsi nell’attesa del grande momento. “Del resto si sa, le cose belle arrivano quando meno te l’aspetti.”
Dopo la passeggiata decise di portarsi avanti con il lavoro e si mise al pc alla ricerca degli ultimi spot di successo per rieditarli, pratica questa che lo faceva sentire sicuro, lo calmava.
Passò nel frattempo un altro pomeriggio, un’altra sera e un’altra notte. Dell’email dalla Big Agency Communication nemmeno l’ombra.
Era giunto il weekend e lì smise di aspettare perché sapeva benissimo che di sabato e di domenica non si inviavano contratti. Tuttavia giusto per essere sempre sul pezzo una sbirciatina all’email, un paio di volte, non disdegnò di darla.
La domenica gli sembrò interminabile. Aveva esaurito tutti gli amici a cui raccontare della sua grande esperienza lavorativa, e la pratica di riscrivere pubblicità già fatte da altri, gli sembrò all’improvviso un’esercitazione puerile, soprattutto dopo che aveva sperimentato cosa significasse lavorare per davvero. Certo era stato solo un payoff, ma era sempre un buon inizio visto che lo aveva portato a diventare un socio di un’agenzia di comunicazione.
Orlando il lunedì seguente era in piedi dalle 6.00 del mattino ed era carico di aspettative. Con la sua tazza di latte caldo tra le mani si immaginava il momento preciso in cui sarebbe arrivata la fatidica email. Di sicuro lo avrebbe colto di sorpresa, come tutte le cose meravigliose.
Era una bellissima giornata, il cielo era terso e tutto il cosmo sembrava gridargli che quel giorno sarebbe stato il gran giorno.
Dalle 9.00 in punto incominciò a controllare l’email, circa ogni 5 secondi. Si fece così ora di pranzo, e in quell’oretta in cui fu costretto a stare lontano dal pc si sentì decisamente a disagio.
Verso le 14.00 con in bocca ancora l’ultimo morso di mela si riposizionò davanti allo schermo e controllò. Incominciò a spazientirsi. Quella maledetta email non ne voleva sapere di arrivare. Eppure Filippo lo aveva lasciato con un sorriso soddisfatto e una stretta di mano. Certo se era andato così bene avrebbe potuto farglielo firmare anche direttamente lì il contratto. E invece no con l’idea di inviarglielo via email aveva dimostrato di avere un grande rispetto nei suoi confronti, dandogli del tempo per leggerlo in tutta tranquillità.
Nel frattempo il pomeriggio diventò sera, la sera notte e il lunedì svanì con tutte le sue belle speranze.
Martedì ore 6.00 Orlando era nuovamente in piedi e dato che aveva una capacità di autoricaricarsi in positivo, era di nuovo lì in trepidante attesa della fatidica email.
La mattina volò via perché nel controllo forsennato dell’email aveva notato un’altra offerta di lavoro interessante e poiché una vocina interiore gli diceva che forse era il caso di guardarsi anche attorno, aveva deciso di inviare il curriculum per candidarsi.
Gli era inoltre arrivata la notifica che l’ultimo libro sul copywriting era disponibile in libreria, per cui dopo aver fatto il suo dovere di aspirante copy in cerca di lavoro, decise di ascoltare il richiamo del libro nuovo di zecca.
Il pomeriggio ritornò alla sua email, ma più passava il tempo più si rendeva conto che forse aveva mal riposto le sue aspettative nella Big Agency Communication. A mente più lucida, a mano a mano che l’effetto ipnotico di Filippo scemava, rivalutò la location, davvero piccola, e d’un tratto l’adesivo sulla porta d’ingresso gli sembrò estremamente ridicolo. Quando pensò al concetto ‘nomad worker’ riuscì perfino a riderci su. Per cui il mercoledì seguente, la Big Agency Communication era solo un vaghissimo ricordo.
Ciò che invece gli era rimasto impresso era l’adrenalina del momento della realizzazione del payoff, quella non l’aveva dimenticata e avrebbe fatto di tutto per farla una costante del suo futuro lavoro, che con grande gioia della madre, non sarebbe stato alla Big Agency Communication.

Il giorno del colloquio

Orlando inseguiva il suo grande sogno, quello di lavorare in un’agenzia di comunicazione e di vedere un giorno spot televisivi e non, portare la sua firma.  

Il lavoro da remoto gli puzzava di anonimato. Orlando voleva essere lì, respirare l’aria dell’agenzia, annusare le copertine di giornali su cui erano apparse le pubblicità partorite da menti creative; bramava partecipare alle riunioni, voleva discutere con i colleghi dell’ultima tendenza made in USA, voleva toccare con mano la scrivania del copy di punta, vederlo con la testa china sul pc, o mentre era in preda al delirio creativo, fumando una sigaretta dopo l’altra. Cosa avrebbe dato per vivere quell’atmosfera. Al confronto tutti gli altri lavori sembravano spenti, inutili.

Dopo aver inviato svariati curricula senza aver ricevuto risposta, arrivò il fatidico giorno: una grande agenzia, distante una trentina di chilometri dal suo paese, lo aveva convocato per uno stage da copy.

La Big Agency Communication si trovava nel cuore industriale della città, dove erano grandi uffici, prestigiosi coworking che ospitavano tra i congressi regionali più importanti. Insomma tutto faceva presagire un inizio lavorativo davvero interessante.

E poiché sognare non costa, Orlando si era già figurato in una location di 200 metri quadri, con ampie vetrate, uno spazio comune per i nuovi arrivati, la stanza delle riunioni, l’ufficio del copy di punta, quello dell’art director, il reparto marketing, il call center e infine la stanza del grande capo.

L’ufficio era situato al quarantesimo piano di un grande edificio per raggiungere il quale occorreva prendere l’ascensore esterno; e fu così che Orlando si ritrovò ad affrontare la sua più grande paura, le vertigini.  La notte prima del fatidico giorno il povero Orlando non dormì e non solo per la tensione del colloquio, ma perché l’indomani avrebbe dovuto affrontare quel maledetto ascensore esterno. Già si immaginava all’interno dell’abitacolo dare in escandescenza e poi svenire davanti agli occhi di tutti. Che figuraccia. Solo chi soffre di vertigini può capire l’ansia del povero Orlando.

Alle 8.30 in punto, con ben mezz’ora di anticipo, l’aspirante copy era davanti ad un enorme edificio, pronto ad affrontare il mostro, l’ascensore. Era lì che lo guardava impaurito, pietrificato, mentre inspirava ed espirava velocemente. 

Si diceva: “Dai ce la puoi fare, entra e sali fino al quarantesimo piano.” Le gambe però non volevano assecondarlo e restavano immobili. Decise allora di aspettare che qualcun altro prendesse l’ascensore. Quasi come se la nonchalance di chi non aveva paura potesse calmarlo. E fu così.

Non appena un paio di persone si fermarono in attesa di quella macchina malefica che lo avrebbe portato al quarantesimo piano, si fece animo ed entrò insieme a loro. Il sudore scendeva copiosamente sul suo viso, le gambe gli tremavano e pur di non fare brutta figura con le persone che erano presenti nell’abitacolo, cercava di distrarsi fissando un punto preciso. Peccato che come punto da fissare avesse scelto proprio la pulsantiera dell’ascensore per cui ad ogni numero che si illuminava il suo cuore perdeva un battito. 

In tutto furono 5 i minuti che l’ascensore impiegò a condurlo al quarantesimo piano, ma  a lui sembrarono un’eternità. Uscito dall’abitacolo si appoggiò alla parete e attese che il fresco del muro lo facesse ritornare in sé. Consapevole della sua paura per le altezze aveva portato con sé un pacchetto di crackers e una bottiglietta d’acqua che gli servirono a non dare di stomaco.

Dieci lunghi minuti ci vollero prima che il suo volto perdesse quel colorito verdognolo tipico di chi è in preda alla nausea, dopo di che si sistemò la camicia nei pantaloni, stirò con le mani la giacca, controllò che nella sua borsa ci fosse tutto l’occorrente che aveva intenzione di mostrare in sede di colloquio, e poi finalmente fu pronto ad affrontare il momento che attendeva da tempo.

Si guardò intorno alla ricerca della targa che gli avrebbe indicato l’ufficio dell’agenzia. Erano tre le porte che aveva davanti a sé: una centrale, di fronte all’ascensore enorme e vistosa, che apparteneva ad uno studio notarile, sulla sinistra c’era una porta a vetro e la targa indicava un’agenzia di assicurazioni e infine a destra c’era lo studio di un dottore. Incominciò a sudare di nuovo. Non è che nella fretta di prendere le informazioni aveva annotato il numero civico sbagliato? Aveva mica preso un ascensore esterno lottando contro le sue vertigini per nulla?  L’istinto di sopravvivenza lo portò a guardare meglio fino a che non scorse accanto alla targa dell’agenzia di assicurazioni, un piccolo adesivo colorato, che riportava la scritta, BAC, Big Agency Communication. Sorrise per aver scampato il pericolo di dover prendere altri ascensori esterni. Poi tirò un bel sospiro di sollievo e bussò.

Venne ad aprirgli una signorina sorridente con un tailleur blu scuro e un foulard giallo. Lui ricambiò il sorriso e pensò fra sé e sé che l’inizio non era proprio niente male. Con voce amichevole si presentò: “Salve sono Orlando Parisi, sono qui per il colloquio di lavoro per copy.” Il sorriso tanto amabile concessogli un secondo prima, svanì totalmente dal volto della signorina che con fare sbrigativo gli indicò la strada : “Ah sì, di là, a destra.”, accompagnando quelle parole con un gesto di fastidio, come se stesse scacciando un moscerino.

Orlando era troppo agitato per notare quel cambio di atteggiamento. L’ascensore, il colloquio imminente, gli avevano indubbiamente ottenebrato la mente, per cui ignaro del fastidio suscitato nella signorina della reception, continuò a sorridere amabilmente, la ringraziò e imboccò la strada che gli era stata indicata. Nemmeno il tempo di fare due passi che arrivò alle sue spalle una voce dal tono nettamente acido:” La porta, non si chiude?” 

Tempestivamente tornò indietro e la chiuse farfugliando un imbarazzato: “Mi scusi”.

Riprese il suo percorso e andando dritto in fondo al corridoio, si trovò davanti ad una piccola porta con su una targa enorme: “Big Agency Communication”. “ Che strano” pensò tra sé e sé – “una targa piccolissima era stata destinata all’esterno della porta principale, mentre questa qui, enorme, era davanti alla porta del capo.” Scosse la testa perplesso ma poi si disse che le agenzie di comunicazione erano il luogo dove le stramberie erano all’ordine del giorno per cui c’era poco da meravigliarsi.

Bussò timidamente alla porta e dopo una manciata di secondi che a lui sembrarono un po’ troppo lunghi, sentì una voce domandare:”Chi è?” 

Così suo malgrado si ritrovò a dover dire nome e cognome attraverso una porta chiusa, come se fosse davanti ad un citofono: “Sono Orlando Parisi, sono qui per il colloquio di copy.”

Seguì un pò di trambusto e poi finalmente la porta si aprì e comparve un ragazzo poco più grande di lui, ad occhio e croce doveva avere una trentina d’anni, un ciuffo enorme a metà sparato verso l’alto e per metà afflosciato sulla fronte, magro, con pantaloni stretti che arrivavano a malapena alla caviglia, camicia a quadri, papillon e piercing all’orecchio. Al confronto i suoi pantaloni e la sua giacca lo facevano sembrare lo zio. Si maledisse per aver visto troppe puntate di Mad Men. Che si aspettava del resto? Era nel ventunesimo secolo, qualcosa doveva pur essere cambiato.

In contrasto con l’esuberanza dell’abbigliamento del suo interlocutore, Orlando notò che l’ufficio era abbastanza modesto. Di Big c’era ben poco: si trattava di una trentina di metri quadri contenenti a malapena un paio di scrivanie, un paio di pc, una stampante in comune e sulla parete una copia banalissima di una stampa di Andy Warhol.  In compenso però il pavimento era coperto di carte.

Orlando si stava guardando intorno attonito, quando la voce amichevole del ragazzo con il papillon catturò la sua attenzione: “Hey Orlando, entra dai, che ci facciamo quattro chiacchiere? Caffè? Io senza caffè non ho nemmeno un neurone attivo. Questo è già il terzo della giornata. Dai su siediti…”

Orlando nel frattempo lo fissava muoversi all’interno della stanza, lo vide mentre inseriva la capsula nella macchinetta, premeva il pulsante e poi lento e inesorabile scendeva giù un caffè dal colore marrone chiaro.

Riprese a sudare. Ebbene si, le sfide della giornata non erano ancora finite! 

“Dopo l’ascensore, il caffè!”, Orlando aveva un problema anche con il caffè. In passato aveva provato a berlo ma la reazione del suo corpo era stata inaspettata e spaventosa: gastrite,colite, tachicardia. Dopo un paio di tentativi,  nella speranza di poter anche lui invitare qualcuno al bar “per un caffè”, aveva desistito. Il caffè era qualcosa che il suo corpo rifiutava con tutto sé stesso. 

Si decise allora di trovare una soluzione creativa: avrebbe fatto finta di bere. Avrebbe sorseggiato senza ingurgitare quel mostruoso liquido nero.

In realtà un occhio un po’ più esperto e meno teso di lui, avrebbe subito capito che il suo interlocutore completamente centrato su sé stesso, prestava poca attenzione a tutto il resto che lo circondava, compreso il povero Orlando.

“Ciao sono Filippo…” era finalmente arrivato il momento delle presentazioni. Non attese, come le buone maniere avrebbero richiesto, che anche il suo interlocutore si presentasse e proseguì risoluto: “Sono il proprietario della Big Agency Communication…”

Continuò decantandogli la sua agenzia,che curava i più prestigiosi clienti sul mercato, grazie ai quali poteva ritenersi: “ leader di settore….” Lo sguardo penetrante che seguì, lasciò Orlando in uno stato ipnotico. Si sentiva una sorta di eletto, il prescelto che avrebbe fatto parte di un mondo sfavillante.

“Ti starai chiedendo di sicuro dove sono gli altri?” continuò Filippo, ignaro del totale rapimento estatico di Orlando. “La mia agenzia ha basato il suo successo su una formula vincente, il nomad worker. I miei dipendenti, ma che brutta parola chiamarli così, “dipendenti”, non trovi? Dicevo i miei dipendenti sono tutti professionisti che lavorano da ogni parte del mondo, dai posti più impensabili e stupendi a quelli più usuali, come può essere la propria stanza. Ognuno si gestisce da solo, qui non ci sono capi, non ci sono orari. Vogliamo lavorare di notte? Siamo liberi di farlo! Vogliamo fare una call alle 3.00 del mattino, per me non ci sono problemi. Sabato e domenica siamo più carichi del lunedì, via libera anche al sabato e alla domenica lavorativi. Siamo liberi, siamo noi che creiamo il lavoro, non lo subiamo.”

Nel giro di pochi minuti Orlando aveva non solo rivalutato il lavoro da freelance ma si era sentito completamente stupido per aver sognato di lavorare in una comune agenzia di comunicazione, con tanto di uffici e ruoli prestabiliti. Quello che invece gli veniva presentato ora era il lavoro del futuro. Era illuminato. Terminato il suo monologo autocelebrativo Filippo sembrò finalmente rendersi conto che sarebbe stato carino dare la parola anche al suo interlocutore, fingere almeno un po’ di interesse. “Veniamo a te, Marco giusto?”

”In verità mi chiamo Orlando…” precisò timidamente Orlando, non tanto per una questione di puntiglio ma per un banalissimo istinto di sopravvivenza. In realtà era totalmente soggiogato che avrebbe potuto sentirsi chiamare anche Cecilia, non avrebbe battuto ciglio.

“Bene Orlando, dicevo, cosa ti ha spinto a candidarti alla mia offerta di lavoro?”

Orlando fece un grande respiro e poi tutto d’un fiato rispose: “Ho sempre voluto fare il copy, sono affascinato dal mondo della pubblicità da quando avevo 10 anni. In questi anni dopo la laurea in lingue mi sono formato per diventare copy, ho studiato, seguito corsi.”

Orlando tacque e calò un silenzio alquanto imbarazzante. Il povero aspirante copy, in preda al panico e in totale apnea, era in attesa di un minimo di considerazione da parte di chi lo stava esaminando. Peccato però che Filippo fosse preso invece da tutt’altro. Il suo silenzio non dipendeva da ciò che aveva detto Orlando, ma da ciò che aveva letto sullo schermo del suo pc. Era più che mai irritato. Alla fine gli balenò un pensiero e guardando Orlando si chiese se quel ragazzo  dalle belle speranze e dal grande sogno di diventare copy avrebbe potuto aiutarlo a risolvere la questione. E così fece. Lo invitò a sedersi accanto a lui.

Orlando non si chiese il motivo di quella reazione, si limitò ad eseguire gli ordini. Si alzò, prese la sedia e la posizionò accanto a quella di Filippo. Poi volse lo sguardo nella stessa direzione in cui guardava il ragazzo con il papillon, ovvero lo schermo del pc e attese.

Con fare stizzito Filippo lo rese partecipe di ciò che lo turbava: “Questi pezzi di stronzi, sono dei nostri clienti, ma credimi sono veramente stronzi, mi hanno rifiutato questo payoff che secondo me invece spacca. Che dici, ti va di metterti in gioco ora ed aiutarmi a far quadrare la cosa?”

Orlando era metaforicamente e letteralmente a bocca aperta. Era finalmente arrivato il momento che attendeva da anni: avrebbe lavorato ad un payoff.

Prese quindi il coraggio a quattro mani ed esplose in un: “Certo! Non vedo l’ora!” Filippo allora gli spiegò come stavano le cose: “Si tratta di una catena di ristoranti che aprirà a breve che vuole sostenere la tradizione culinaria milanese.”

Orlando volendo mostrarsi a tutti i costi all’altezza della situazione, cercò di ricordare quale fosse il work flow per arrivare alla realizzazione di un payoff di tutto rispetto e poi timidamente chiese: “Potrei avere una copia del brief? L’analisi del mercato e della buyer persona?”

Il sopracciglio destro alzato di Filippo non faceva presagire nulla di buono. Sembrava sconcertato e in completo disaccordo con quanto detto da Orlando. Il povero ragazzo si maledisse per aver palesato conoscenze che evidentemente non aveva e attese di essere cacciato a pedate dall’ufficio. Così non fu.

In realtà il gesto di Filippo non era altro che l’assoluta indifferenza nei confronti delle richieste di Orlando. Per lui il brief e l’analisi di mercato erano solo delle cose da secchioni o da grandi agenzie di comunicazione, tipo quelle americane. Ma chi le metteva in pratica, dai!

E poi c’era quella cosa nuova, come aveva detto? Buyer Persona? Ma che roba era? Concluse dicendo a se stesso che Orlando si era poco sporcato le mani, lavorativamente parlando. Era troppo indottrinato. Per fare il mestiere di copy ci voleva un atteggiamento più da strada e meno da maestrino. Poiché però era nella merda, decise di farsi aiutare ugualmente e rispose alle domande di Orlando con una sufficiente vaghezza: “Al momento non è che siano di grande interesse. Del resto tutti i clienti quando chiedi loro se hanno competitor ti rispondono di essere leader hdel settore, quindi…”.

“La frase che avevo trovato io era la seguente ‘La vita è un attimo, mordila con gusto.’ Bella vero? E sto cretino dice pure che non rispecchia il suo target. Ma ti rendi conto? Un payoff cosi fresco, giovane…” concluse Filippo fermamente convinto di ciò che aveva detto.

Orlando rimase in silenzio e si rese conto che in effetti ‘fresco’ e ‘giovane’ andavano poco d’accordo con la tradizione e poiché questi ristoranti facevano piatti tradizionali milanesi, forse il cliente non aveva tutti i torti.

Si chiese com’era possibile che il capo della Big Agency Communication fosse incorso in un tale errore grossolano. Poi si diede da solo una risposta: Errare humanum est. Il corso dei suoi pensieri fu interrotto bruscamente da FIlippo che gli girò la sedia verso lo schermo e gli disse: “Bene Orlando, qui è in gioco il tuo lavoro alla Big Agency Communication, se riesci a risolvermi questo problema sei assunto. Mettiti all’opera mentre io esco un attimo e vado a consegnare questo pacco alla posta.”

Orlando scopre il mestiere del copywriter

La vita di Orlando proseguì apparentemente indifferente al suo sogno di scrivere le frasi della pubblicità, si laureò in lingue all’età di 23 anni, poi seguì un corso per correttore di bozze e all’età di 25 decise che era giunto il momento di mettere a frutto i suoi anni di studio, cercando di piazzarsi sul mercato del lavoro.

La sua ricerca lo portò ad imbattersi in una parola che fin da subito suscitò il suo interesse: copywriter. C’erano una decina di offerte di lavoro al giorno per il copywriter e la cosa lo incuriosì a tal punto da indurlo a capire in cosa consistesse quella professione.

Con suo grande stupore scoprì che tra le tante mansioni del copy c’era proprio quella di: “scrivere frasi per la pubblicità”. La mente lo portò indietro di qualche anno, all’età di 10 anni con precisione, quando aveva visto quello spot in tv e aveva urlato alla madre: “da grande voglio fare quello che scrive le frasi per le pubblicità!”

Senza pensarci su due volte si mise alla ricerca di libri sul copywriting e dei relativi corsi formativi. Incominciò a comprare libri, li divorò come il pane; c’era un mondo da scoprire, da capire, da studiare, approfondire: il fantasmagorico mondo del copy!

Nel giro di poco tempo riuscì a farsi una cultura sufficiente sul mestiere del copy, un ibrido fatto di connotati umani e tanta creatività. Era colui che insieme all’art director produceva spot televisivi, radiofonici o su carta. Creatività geniali, capaci di far smuovere la gente, di indurla ad uscire dalla propria casa per acquistare quel prodotto che avrebbe fatto miracoli sui capelli, sul corpo, contro lo sporco in cucina, per avere quell’auto che l’avrebbe fatta sentire sicura, ricca, potente.

Tutto questo lo faceva il copy, dopo estenuanti riunioni con quelli del reparto marketing, in cui si parlava di prodotto, di indagini di mercato, dopo sessioni di brainstorming con l’art director.

Il copy dopo aver spremuto ben bene le proprie meningi partoriva testi da far girare la testa anche al più cieco dei ciechi.

Sì, era questo che voleva fare, che ogni fibra del suo corpo anelava a fare. Indubbiamente.

La maggior parte degli annunci di lavoro richiedeva abilità nella scrittura e su questo non ci pioveva. Orlando era in grado di far volare le parole, maneggiava con grande maestria tutte le figure retoriche: metafore, allitterazione, ossimori;

padronanza di almeno una lingua straniera e grazie alla sua laurea in lingue soddisfaceva anche questo requisito;

creatività: certo su quella ci si poteva ancora lavorare anche se nel corso degli anni Orlando si era allenato riformulando gli spot televisivi che lo avevano colpito di più, così come si era buttato anche nella creazione di jingle radiofonici, tant’è che i cassetti della sua scrivania straripavano di fogli contenenti idee a volte geniali a volte un po’ banali, ma comunque a testimoniare che non aveva coltivato il suo sogno nel cassetto solo nella sua testa, ma ci aveva lavorato su in un modo che potremmo definire quasi ossessivo.

Abilità della scrittura, lingua straniera, creatività, il tutto veniva ricompensato con una proposta di contratto che oscillava dallo stage in agenzia con il solo rimborso spese al lavoro retribuito con uno stipendio da fame.

Essendo abbagliato dalla possibilità un giorno di vedere la propria firma sotto a spot televisivi e non, sarebbe stato disposto a tutto pur di lavorare in agenzia. Il lavoro da remoto gli puzzava di anonimato. Orlando voleva essere lì, annusare le copertine di giornali su cui erano apparse le pubblicità partorite dalle menti creative dell’agenzia, bramava di partecipare alle riunioni, voleva discutere con i colleghi dell’ultima tendenza made in USA, voleva toccare con mano la scrivania del copy di punta dell’agenzia, vederlo con la testa china sul pc, o mentre era in preda al delirio creativo, fumando una sigaretta dopo l’altra. Cosa avrebbe dato per vivere quell’atmosfera. Al confronto tutti gli altri lavori gli sembravano spenti, inutili.

Dopo aver inviato svariati curricula senza aver ricevuto risposta, arrivò il fatidico giorno anche per lui: una grande agenzia sita manco a farlo a posta nel capoluogo di provincia, distante una trentina di chilometri dal suo paese, lo aveva convocato per uno stage da copy.

Lo strano caso della donna che perse l’ironia per un giorno

Che risveglio inusuale, pensó. Si sentiva strana, stranissima. Fece una corsa al bagno per guardarsi allo specchio. Tutto era uguale a prima. Gli occhi erano due, il naso era sempre lì, così come le orecchie. La bocca pure, una. Le mani stavano al loro posto. Però c’era qualcosa in lei di diverso. Di inspiegabilmente diverso. Si ma cosa?

Guardó l’orologio e si rese conto che se non si fosse sbrigata avrebbe fatto tardi a lavoro. Si diede una mossa. Si vestì e poi corse alla fermata del bus.

Insieme a lei c’erano due ragazzi ad aspettare il bus che commentavano alcune foto scattate la sera prima. “Mamma che faccia che hai. Avevi visto un fantasma? . Hai l’espressione terrorizzata.” E l’ altro guardando la medesima foto in risposta rideva a crepapelle.

Lei li osservó, sbirció la foto e invece di trovarci qualcosa di divertente rabbrividì al solo pensiero dell’esperienza ultraterrena che il giovane aveva dovuto affrontare la sera prima.

Si sentiva decisamente strana.

Arrivò in ufficio con ben due minuti di ritardo e incominció a rammaricarsi. Lo raccontó con fare estramemente serio alla collega, la quale le rispose: “fai attenzione che la prossima volta ti decurtano la stipendio.” e mentre lo diceva rideva.

Lei rimase agghiacciata a quella notizia e si apprestó a chiamare l’ufficio del personale per scusarsi dell’ccaduto, promettendo che non si sarebbe verificato mai più.

Rimase basita quando anche dall’altro lato del telefono ci fu una grassa risata come risposta, a cui però, di fronte al suo più sincero rammarico, seguirono parole di rassicurazione che per ben soli due minuti di ritardo niente le sarebbe potuto accadere.
Durante la pausa pranzo sentì una strana conversazione tra due sue colleghe e ciò che la terrorizzó di più fu la frase che una delle due disse all’altra: ” Se continui a mangiare così quest’ estate ti trasformerai in una boa.” L’altra per tutta risposta le rise in faccia.

Come poteva una persona sana di mente dinanzi ad una tale notizia terrificante ridere come se niente fosse?

Subìto smise di mangiare con la paura che il suo tramezzino al prosciutto avesse la capacità di trasformarla in un oggetto qualsiasi.

Di ritorno a casa corse nuovamente davanti allo specchio per capire cosa c’ era di strano.

Apparentemente nulla era cambiato. Ma era qualcosa di più profondo che era mutato. Qualcosa che andava al di là dell’aspetto fisico.

Si sentiva catapultata in una nuova dimensione. Di cui non conosceva le regole o non le capiva.

Prese un’aspirina e si mise a letto, confidando in un sonno ristoratore.

Dormì profondamente e quando si sveglió corse in bagno. Aveva i capelli arruffati e mentre si guardava allo specchio non poté fare a meno di pensare che sembrava un porcospino. Sorrise a quel pensiero.

Uscì di casa e alla fermata del bus, ascoltando i commenti di due donne su una foto di un uomo: “guardalo sembra cicciobello, ” non poté fare a meno di ridere.

Si sentiva decisamente meglio. Non capiva il perché ma era così.
Compró il suo solito giornale e in prima pagina un titolo a caratteri cubitali catturó la sua attenzione. “Virus mangia-ironia colpisce metà popolazione.” Si trattava di un virus dalla provenienza ancora poco chiara, che aveva colpito buona parte della popolazione. Era per lo più asintomatico. Fatta eccezione per la sua capacità di disattivare la capacità di fare e comprendere l’ironia. Durava fortunatamente solo un giorno. Ma alcune persone erano cadute nella più totale disperazione. Come il caso di un comico che aveva perso il lavoro perché non riusciva più a fare battute.
Ora le era tutto chiaro. Ecco perché si sentiva scollegata da tutto e da tutti. Il virus aveva colpito anche lei.

Aveva vissuto un giorno senza ironia.

In pochi istanti rivisse la sua vita, quei momenti in cui l’ironia come una grande amica e alleata l’aveva salvata, le aveva fatto affrontare situazioni di disagio allegramente, senza prendersi troppo sul serio.

Le era bastato un solo giorno senza, per scoprirne il valore inestimabile.