Come peggiorare la customer experience per soli 10 centesimi

Oggi, come tutti gli altri giorni, sono andata al supermercato. Come al solito l’ intenzione era quella di comprare un paio di cose, ma poi ho riempito il carrello per un totale di 52 euro. Sono giunta alla cassa e mentre riponevo il pane nel mio sacchetto, ho notato che la confezione era aperta e rotta ed ho chiesto alla cassiera se poteva darmi una busta per evitare che il pane cadesse da tutte le parti. Poiché aveva già passato la carta, e il pagamento era stato effettuato, ha guardato il monitor della sua cassa un po’ perplessa e poi ha sentenziato: ” I 10 centesimi della busta non li può pagare più con la carta, ma li deve pagare in contanti.”

Non ho battuto ciglio, ho pagato i miei 10 centesimi e sono andata via. Con l’amaro in bocca per un paio di motivi in particolare:

  1. La confezione del pane si è rotta non per colpa mia ma perché evidentemente nel reparto del pane non è stata chiusa bene. Lo do per certo dal momento che capita spesso. Quindi in questo caso l’errore è del supermercato.
  2. Proprio in virtù di quanto detto e dal momento che si trattava di soli 10 centesimi e non di 1 euro, la cassiera avrebbe potuto regalarmi la busta nuova come gesto di cortesia visto il disservizio causatomi.

Mi sono detta: “Era così difficile fare questo ragionamento?” La risposta che mi sono data: “Si, per alcune persone, la situazione non è chiara come lo può essere per altre.” La cassiera del supermercato si è inceppata come un vero robot. Ora non credo sia un fatto caratteriale, ma un fatto di approccio al lavoro. Se lo si interpreta come quello di un robot, allora non fa la differenza nulla: né che una cliente sia una cliente affezionata, né che l’errore sia stato commesso dal supermercato. Nulla fa la differenza. E tutto si riduce ad un semplice ragionamento: “Mi hai chiesto una busta in più? Te la do se me la paghi” Anzi mi stai anche costringendo a fare un ulteriore sforzo perché ora devo inserire in cassa un pagamento di 10 centesimi effettuato con modalità diversa da quello con cui hai pagato il resto della spesa.

Se io fossi stata sulla stessa lunghezza d’onda della cassiera avrei dovuto farle togliere dal conto il pane, oppure pretendere che mi fosse cambiata la confezione, facendo perdere tempo alle persone in attesa che mi avrebbero guardato in cagnesco.

Ho preferito quella che mi sembrava la soluzione più semplice. Non ho costretto la cassiera a togliere il pane dal conto, non ho fatto perdere tempo alle persone in fila, e alla fine ci ho rimesso 10 centesimi. 

La cassiera in questione si è comportata come se fosse un robot, non ha tenuto conto di tutte le considerazioni summenzionate, ed il risultato è stata una customer experience pessima. Sono uscita dal supermercato con la percezione che i miei problemi come cliente non solo non esistevano agli occhi della cassiera, ma se volevo risolverli dovevo anche pagare! 

 

L’innovazione è l’evoluzione del vecchio mondo del lavoro, oramai obsoleto. Non un gioco per ragazzi nerd.

Ci sono due anime nelle aziende odierne: quella che fa innovazione e quella ancorata a vecchie concezioni del lavoro, senza le quali sarebbe difficile andare avanti, ma che hanno ragione di sussistere solo perché senza di esse non ci sarebbe stata l’evoluzione attuale. Del resto da bambini poi si diventa adulti.

Il fatto è che l’innovazione vista come evoluzione dovrebbe essere naturale, dovrebbe essere lo step successivo, quello più maturo, quello che lentamente abbandona le paure e le paturnie adolescenziali per fare posto ad un modus operandi più consapevole.

Invece in Italia abbiamo ancora questa visione ingenua dell’innovazione:  non è sinonimo di evoluzione, al contrario essa è sinonimo di giovane, startup, sperimentale. Mentre il vero lavoro è quello alla vecchia maniera, dove si timbra il cartellino e si aspetta che l’orario finisca per tornare a casa, e poi si aspetta il 27 del mese per la pagnotta. Poi tutto quello che è brio, adrenalina, eccitazione, resta fuori dalla porta dei nostri uffici; lo trovi nella vita personale, con gli amici, con i figli, i compagni, le mogli e i mariti. 

Costoro che lavorano seriamente, sono quelli che, quando gli parli di startup o innovazione, sorridono perché per loro sono dei giocattoli nuovi.  A parole sono promotori di ciò che è innovativo, ma con la testa pensano che di fatto sia una cosa che non fa parte del loro mondo. Se tutti l’avessero pensata così allora questi signori e queste signore non girerebbero oggi con gli smartphone, non avrebbero un profilo instagram, non acquisterebbero su Amazon e via discorrendo.

La mentalità è più forte di qualsiasi innovazione; quest’ultima richiede un grande sforzo, una revolution del proprio pensiero non indifferente; vuol dire mettersi in gioco, pensare al proprio lavoro come ad una sfida costante, adrenalinica, entusiasmante. Entrare in ufficio come i bambini quando entrano in gelateria, con gli occhi brillanti, perché chissà quale goduria ci aspetta.

Si, è un approccio al lavoro diverso. Ma è questo l’approccio vero, consapevole, maturo. L’approccio di chi il proprio lavoro lo guarda dal di dentro, ne vede le bellezze e le brutture e ci ragiona sopra per provvedere a risolverle, laddove può. 

Buona innovazione a tutti!

Anatomia di un imprenditore alle prese con personal branding offline, newtork reale e la sindrome dell’impostore

Oggi voglio dedicare quest’articolo dal mood estivo e divagatorio, a quei manager, imprenditori, liberi professionisti, che operano nel mondo della comunicazione e del digital che non si sono costruiti un personaggio da guru sul web, non sono impegnati in un personal branding online pressante, non presenziano costantemente i social network; tuttavia essi esistono, lavorano duramente, hanno un curriculum vitae di tutto rispetto, esperienze comprovate. In poche parole sono in gamba!

Sono quelli che durante le ferie, finalmente un po’ più liberi, corrono in libreria ad acquistare libri su quelle competenze in cui si sentono ancora mancanti, per risolvere quelle problematiche che hanno riscontrato durante l’anno lavorativo. Oppure in alternativa acquistano su Amazon libri che sono stati scritti solo negli USA perché quelle materie di studio in Italia non sono ancora state sviluppate.

Queste persone si sentono sempre mancanti, nonostante la loro comprovata bravura, si misurano sempre con chi ne sa più di loro, con chi è arrivato prima di loro e sono fortemente ancorati a quella che è la realtà del loro mondo professionale e non con la virtualità.

Sono inevitabilmente affetti dalla sindrome dell’impostore, che in loro funge da leva per l’accrescimento costante della propria professionalità, in quanto il fatto di sentirsi sempre mancanti di qualche nozione, competenza, informazione, li spinge a studiare, cercare, confrontarsi.

Sono quelli che hanno come medaglia al valore “i clienti storici”, e non credo che oggi sia da tutti riuscire a mantenere dei clienti nel corso degli anni. Sono quelli che innescano il circolo virtuoso di un’economia relazionale, dove ciò che conta sono i rapporti umani, esserci per i propri clienti costantemente, quando ne hanno bisogno, educarli nelle lunghissime riunioni a cui partecipano, far percepire al cliente che ciò che gli stanno proponendo gli può essere davvero utile.

Sono quelli che nel loro contesto lavorativo sono chiamati costantemente dai colleghi e collaboratori per avere un consiglio e che non si tirano mai indietro, sanno fare networking perché non amano il ruolo da prima donna e in una community reale hanno follower e condivisioni. Sebbene tutto questo sembri un po’ preistorico è qualcosa che esiste ed esisterà sempre, perché è realtà, quotidianità. E’ il personal branding offline, stancante e faticoso. Esso implica una costante capacità di confrontarsi con il pensiero altrui, di creare un rapporto di fiducia.

Tuttavia quando chiedi loro: “Perché non fai anche tu personal branding? Apri un blog, posti su LinkedIn?” Loro con grande umiltà e rammarico ti rispondono: “E’ vero, dovrei farlo, ma a volte stare dietro ai clienti, ai lavori, non mi dà il tempo di fare altro.” Il loro telefono nel frattempo squilla, ti chiedono educatamente scusa mentre li vedi già con lo sguardo altrove, con un sorriso accogliente sul volto, pronti ad immergersi in un’altra lunghissima sessione con un altro cliente, totalmente concentrati su di lui.

Buon proseguimento di vacanze a tutti…

I social media, l’occasione per le aziende di donarsi al pubblico e conquistare riconoscibilità

 

Faccio una premessa: in quanto blogger in ambito marketing e comunicazione mi imbatto spesso nello studio dei canali social, dal tipo di comunicazione alla gestione dei profili social aziendali. Per cui dopo un po’ di cose lette e scritte mi sono fatta una mia idea personale: messi da parte i grandi brand tutto il resto sembra un’accozzaglia di immagini buttate un po’ lì a caso, dove, nella migliore delle ipotesi, la riconoscibilità di quel brand è affidata esclusivamente al logo e tutto il resto del lavoro è caratterizzato da testi chilometrici abbinati ad immagini per lo più scadenti, o, se professionali, slegate l’una dall’altra.

Sono pochissime le pagine aziendali che mi colpiscono, su cui ritorno volentieri indipendentemente dal fatto che mi possano essere utili o meno. Quando ne becco una mi animo, mi piace vedere come ogni sua componente, visiva e testuale, sia perfettamente integrata. Mi piace la sensazione che provo nel visitare quel profilo, il messaggio che mi trasmettono.

L’altro giorno ad esempio mi sono imbattuta in una pagina social di una personal coach. Ho seguito, come capita sempre sui social, il like di un mio amico su facebook e anche se non ne avessi bisogno (non sto cercando un personal coach), ho visitato la pagina.

I colori tenui, rilassanti, le immagini con persone dai volti sorridenti, le frasi motivazionali, non scontate, non di quelle che puoi trovare ovunque, tutto questo ha sortito su di me un effetto positivo e mi sono immedesimata un po’ nel racconto di quella pagina.

Oggi mi è ricomparsa nel mio newsfeed e mi sono ricordata di quella sensazione e non ho potuto resistere alla tentazione di entrare di nuovo in quel mondo alla ricerca di qualcosa che potesse ispirarmi e migliorare la mia giornata.

Non è un brand famoso, ma ha uno stile suo personale, riconoscibile. E questo mi piace. Si vede che ogni contenuto è studiato, non è buttato lì a caso e ciò che mi piace è che non è mai scontato. Ce ne sono tantissimi di coach con le solite frasi motivazionali che alla fine stancano e fanno anche un po’ ridere. Esserci in maniera differente, con una propria unicità, con un proprio stile, un proprio racconto, diverso da quello degli altri. E’ questo ciò che rende riconoscibile un brand sui canali social.

Sono curiosa per natura, per questo amo lo storytelling, l’arte di creare universi narrativi coinvolgenti al punto tale da farti sentire parte integrante di essi se non addirittura il protagonista.

E mi piacciono le aziende che fanno questo sui canali social, che creano mondi in cui tu puoi entrare gratuitamente (è questo il bello dei social!) e puoi uscirne arricchito. Esperienze brevi ma intense, sono queste quelle che dovremmo sperimentare sui social. Esperienze che rendono le aziende riconoscibili e invitano l’utente a ritornarci, come si fa con gli amici a cui si è più legati: si ritorna da loro per riprovare quella sensazione di accoglienza e di affetto che solo loro possono darci.

I canali social se gestiti  in maniera professionale possono contribuire a creare relazioni coinvolgenti con gli utenti e clienti. Tutto questo è paragonabile quasi ad un donarsi, e per le aziende può davvero fare la differenza: un dono, quello della loro unicità che verrà ricambiato con la fedeltà nel tempo da parte dei clienti.

 

 

 

 

Storie di donne e lavoro: la mia verità sul mio lavoro come stagionale nel turismo e la mia passione, il mio B&B

Storia di Franca: 38 anni, un lavoro stagionale e un B&B per passione

Sono Franca ho 38 anni, sono impiegata stagionale da 8 anni e ho trasformato la mia passione per il turismo in un B&B.

Sono una donna estremamente volitiva, energica, generosa e amante della vita. Non a caso a 38 anni sono ancora in una fase di precariato sentimentale e professionale che è a dir poco inquietante. Ma non importa, io amo godere della vita e cerco di cogliere quante più opportunità possibili.

A 19 anni sono andata negli USA, ho lavorato lì per circa 10 anni ed ho ricevuto quindi un’impostazione lavorativa americana che è più o meno questa: se ti fai un mazzo così sempre sorridente, la grande mela ti dà l’opportunità di fare business. E puoi diventare qualcuno.

Poi per questioni familiari sono dovuta tornare in Italia, nella bella Italia, precisamente sulla costiera amalfitana. Paesaggi incantevoli, clima sereno, affetto dei parenti: tutto all’ inizio sembrava stupendo, meglio del sogno americano. Vuoi mettere giocarmela finalmente in casa? Poi dopo un po’ i soldi hanno incominciato a scarseggiare e quindi ho iniziato a mandare il mio cv a tutti gli alberghi della zona. Ed eccomi qui a lavoricchiare stagionalmente nel settore del turismo da circa 8 anni. Poi un giorno, un paio di anni fa, ho conosciuto una ragazza e insieme abbiamo deciso di aprire un B&B.

E qui mi sono scontrata con il mondo del lavoro italiano, che già stavo sperimentando come dipendente da anni, ma che adesso provo anche da imprenditrice. Altro che sogno americano. Sto Yes We Can qui in Italia non serve proprio a niente: burocrazia, tasse da pagare, notti insonni a risolvere problemi su problemi.

Perché continuo a farlo? Perché amo la vita e questo B&B costruito con le mie mani, sacrificio dopo sacrificio è la mia passione.

Perché non mi dedico solo al B&B? Perché in tutta onestà non potrei campare tutto il resto dell’anno. Ecco il motivo!

Risposte troppo schiette? Avreste voluto sentirvi dire che finalmente mi sono sentita libera, ho potuto fare quello che volevo. Che da quando faccio quello mi piace per me non è più un lavoro?

A sentirmi libera mi sento! Mi sento libera di decidere della mia vita e di inseguire una passione.

Ho scelto di fare altro, di non accontentarmi ma so che non avendo figli e marito, sono anche in una condizione privilegiata.

E lo sono anche perché ho un altro lavoro che mi consente una certa stabilità economica. Altrimenti a quasi 40 anni starei ancora a vivere a casa dei miei come molti dei miei coetanei.

Farcela costa sacrificio, ma vale la pena provarci. Sempre!

La storia di Daniela ci suggerisce che la realtà non è tutto rose e fiori e che si possono fare le cose ma con tanto sacrificio.

E allora perché farlo? Perché non si può vivere di solo pane. Arriva per tutti il momento in cui la vita ti chiede di metterti in gioco.

Quelli che lo fanno, non sono super felici, la loro non è un happy ending ma un happy trying, finché non ci riesco. Ma vale sempre la pena tentare!

Storie di donne e lavoro: voglio trasformare la mia passione in un secondo lavoro, ma non so se riesco a gestire tutto. Come trovare il giusto equilibrio

LA STORIA DI GIULIA MAKE UP ARTIST PER PASSIONE

Giulia ha da sempre una passione per il makeup ed è anche brava. A lavoro le sue colleghe la stalkerizzano pur di avere una rinfrescata al trucco, per farsi spiegare come si usa un determinato cosmetico piuttosto che un altro.

Lavora come segretaria part –time in uno studio medico, un lavoro che le serve per campare. Poi un giorno le viene proposta una collaborazione come make up artist in un centro estetico.

Poiché per carattere non si è mai tirata indietro, decide di lanciarsi in questa nuova avventura.

Con due lavori e due figli dopo un po’ di giorni si rende conto che, quello che avrebbe dovuto essere un secondo lavoro da affrontare senza stress, in realtà si è trasformato in un pensiero costante, quasi da non dormirci la notte.

Lei che ha sempre lavorato come impiegata si ritrova a fare la libera professionista. Nessuno però le aveva mai spiegato che dietro tutte quelle belle cose, tipo l’autonomia, la soddisfazione per fare qualcosa per cui si è portati, per cui si ha la passione, si celassero invece ansia e preoccupazioni.

La sua vita in pochi giorni si trasforma. La sera dopo aver messo a nanna i bimbi accende il computer e studia tutti i video tutorial. Scopre così l’importanza del mondo dei social per farsi conoscere. Decide quindi di aprire un profilo instagram. E anche lì altra fatica: ogni giorno al ritorno dallo studio si precipita in bagno per provare su di sé un nuovo make-up e postare la foto sulla piattaforma social.

Giulia, segretaria part-time di mattina, makeup artist nel fine settimana, mamma a tempo pieno, cerca di fare l’equilibrista per non rinunciare a questa nuova avvincente avventura.

LA SFIDA: UN PROGETTO SUPERIORE ALLE SUE CAPACITA’

Poi dopo un mese di collaborazione succede qualcosa che manda Giulia in tilt: le viene proposto di partecipare come make up artist ad una sfilata di un noto stilista della zona.

La cosa, avvincente quanto mai, la manda nella più totale disperazione. La prima fonte di disperazione sono i figli. Non può non pensare a come fare, a chi lasciarli. La seconda ansia riguarda il lavoro: il suo responsabile è molto autoritario e teme che non le concederà mai dei giorni di ferie con faciltà.

Ma dietro tutte queste preoccupazioni ce ne è una che la terrorizza più di tutte ed in realtà è il vero motivo per cui lei non se la sente di affrontare quest’incarico: Giulia sa che quel progetto è superiore alle sue capacità.

COME AFFRONTARE LA SFIDA: MAI GIUDICARSI

La storia di Giulia ci mette proprio davanti al tipico ritratto della donna di oggi: mamma, moglie, che fa due lavori, di cui uno le è indispensabile per campare e l’altro è per seguire una sua passione. Tutto questo è accompagnato da frustrazioni, stanchezza, sacrificio ma anche voglia di farcela, di concedersi una chance nella vita. Di fronte alle difficoltà la prima cosa a cui pensiamo, in maniera pragmatica è se tanto sacrificio ne valga davvero la pena.

Alt! Le nostre passioni, le soddisfazioni che ne derivano non sono mai tempo sprecato, anche se questo richiede un sacrificio superiore alle nostre forze. Bisogna mettere in conto che una volta che abbiamo messo in moto un ingranaggio non possiamo controllarlo e ci porterà su strade che nemmeno noi avremmo mai immaginato.

Quando allora si verifica quello che è successo a Giulia, ovvero la nostra seconda passione/professione, incomincia a chiederci di più, e non ci sentiamo in grado di affrontarla, cosa possiamo fare per gestire il senso di colpa e di frustrazione?

Ciò che ci può salvare è l’onestà: essere oneste con noi stesse e con gli altri. Se non ci sentiamo all’altezza di un determinato progetto, perché consapevoli di non aver mai affrontato nulla di simile in passato, di non avere le basi per portarlo a termine, allora diciamolo innanzitutto a noi stesse.

Alt! Anche qui non sono ammessi giudizi negativi nei confronti di noi stesse.

Non siamo ciò che facciamo. Quindi se non sappiamo fare una cosa perché il nostro percorso ancora non ci ha portate a realizzare nulla di simile, non significa che siamo perdenti, codarde, ecc…

Dobbiamo semplicemente concederci del tempo per migliorarci.

Una volta arrivate a questa consapevolezza possiamo affrontare gli altri e dire con grande serenità che non ci sentiamo pronte per un progetto del genere, ma che nel nostro piccolo, possiamo comunque dare una mano con quello che sappiamo fare benissimo.

Oggi spuntano fuffaroli in ogni settore, ciò che può fare la differenza è puntare davvero su ciò che sappiamo fare bene, senza improvvisarci esperti quando non lo siamo.

Fare due lavori non è facile e molti tenderanno a dirvi che non è normale, che se avete già un lavoro non è giusto che andiate a cercarvene anche un altro solo per inseguire una vostra passione. E sono proprio questi giudizi negativi che influiranno sulla vostra gestione.

Una cosa è certa: una volta che vi siete messe in gioco non avrete più voglia di tornare indietro.

Storie di donne e lavoro: faccio due lavori e ho paura di fallire. Come superare il disagio

La storia di Marta e della sua passione per la fotografia

Marta ha 45 anni, ha un lavoro ben remunerato, è sposata ed ha un figlio. Marta ha una passione, la sua passione è la fotografia. Qualche anno addietro, quando ancora era precaria, ha investito molto in questa passione ed è riuscita ad ottenere anche collaborazioni importanti con agenzie della sua zona e alcuni magazine online.

Ora quella sua passione viene fuori solo durante le ricorrenze e i suoi viaggi. Ma ogni volta che deve riporre nel cassetto quella macchina fotografica è come se riponesse anche una parte di sé importante.

È come se sentisse una parte della sua anima, quella legata alle soddisfazioni, al proprio ego, punita e relegata in un angolino.

Un giorno incontra per caso una sua vecchia conoscenza che le chiede quali progressi avesse fatto come fotografa, visto che era così brava. A malincuore Marta risponde che quel periodo oramai è morto. Non c’è più la Marta fotografa, c’è la Marta lavoratrice, mamma, moglie. Ma tutto quel mondo lì adrenalinico non c’è più.

Li ricorda così quegli anni in cui voleva fare la fotografa professionista: elettrizzanti, adrenalinici, pieni di alti e bassi, di duro lavoro, alla ricerca della foto perfetta, del momento perfetto. Ma soprattutto pieni di creatività e di soddisfazioni.

Per un po’ di giorni le parole di quella persona: “Dovresti riprendere a fare foto, sei così brava”, le ronzano in testa. Non le riesce a dimenticare. Non riesce a non pensare a come sarebbe stata la sua vita se avesse insistito in quella direzione e se non si fosse fatta prendere dal miraggio del posto fisso.

Poi pensa alla sua casa, a suo figlio e non può non essere che orgogliosa di quello che ha fatto. Dopotutto in Italia per vivere decentemente devi avere il posto fisso. A dispetto di tutto quello che si sente dire in giro.

Non può ignorare tutti quelli che continuano a ripeterle di quanto sia fortunata ad avere un posto di lavoro fisso, di tutte le agevolazioni di cui può usufruire che un freelance, un libero professionista o un ‘imprenditore in cattive acque, se le può solo sognare.

Ma come fare i conti con la propria natura? Come poter mettere a tacere qualcosa che decide di esserci

a prescindere da ciò che dicono gli altri.

Ecco che rimuginando sulla cosa, arriva ad un compromesso: investirà di nuovo sulla sua passione, sulla fotografia. Aprirà un blog personale dove posterà le sue foto e si farà un po’ di pubblicità, così per avere la sua piccola soddisfazione, qualcuno che vedendo i suoi lavori le dica “brava! Tu si che hai stoffa!”

Lei lo sa benissimo che non si tratta di avere un hobby; lo sa perfettamente che in tutto questa c’entra la voglia di esserci ancora con un senso, di far crescere la propria autostima, di fare qualcosa che sia solo per se stessa e che non riguardi altri. C’entra con il voler riappropriarsi della propria identità.

Marta si lancia, o meglio è la sua passione che la prende per mano e le dice cosa fare, da dove cominciare. Così riprendere a studiare. Parte da lì. Divora quei libri perché sa che deve fare più presto, che il suo tempo non è poi così tanto.

Poi segue svariati corsi online. Come le piacerebbe seguirli dal vivo. Ma non può per cui quel poco che riesce a trovare online lo ingurgita. Diventa fagocitatrice di ebook, libri, riviste. Altro che hobby. In poco tempo anche quello diventa un lavoro. Non remunerato, certo. Ma un lavoro in tutti i senti, per l’approccio professionale e responsabile con cui ci si dedica.

Dopo tanto studio decide di aprire finalmente la porta della sua casa, di girare quella maniglia e scendere per strada, alla ricerca del soggetto giusto, della luce giusta, dello scatto perfetto.

È contenta di averlo fatto, di aver agito. Attraverso quegli scatti nuovi, le sembra che la sua vita abbia ripreso a muoversi. L’ingranaggio inceppato ora si è rimesso in moto. Tutto sembra essere tornato facile, il mondo che le gira intorno più accettabile.

Ma poi quando arriva il giorno in cui deve caricare quelle foto, incomincia ad avere paura. Paura del giudizio altrui. Si sente inadeguata, le sembra di fare un azzardo. Ancora una volta è la passione che viene in suo soccorso e le ricorda le parole entusiaste delle persone con cui tempo addietro aveva collaborato.

Si fa forza e decide di pubblicarle sul suo blog. I feedback non tardano ad arrivare e, seppur timidi, sono positivi.

“Ecco è questo che voglio!” si dice soddisfatta. E resta a guardare quel semplice commento: “Stupendo” in trance. Finalmente l’ansia si attenua. Anche lei riesce a valutare quegli scatti postati con una certa obiettività. E non sono niente male.

Questo le dà la forza per aprire un profilo instragram e anche lì le cose si muovono abbastanza velocemente. I follower crescono e così lei incomincia a sentire di nuovo in sé quell’antica adrenalina, quella voglia di esserci, quella ritrovata identità.

Nel giro di poco tempo passa dal blog personale a collaborazioni gratuite per magazine online. Vedere le proprie pubblicazioni online la fa sentire viva.

Poi un giorno, qualcosa cambia. Arriva una proposta di lavoro. E qui il mondo di Marta si trasforma. Da lavoratrice a tempo indeterminato, madre e moglie, Marta diventa una donna che fa due lavori e da qui in poi la sua vita non sarà più la stessa.

La storia di Marta accomuna tantissime donne. È una storia positiva, ma attenzione non è una storia rivoluzionaria, non ci sono grandissimi colpi di scena. Marta non rinuncia al suo lavoro per la fotografia. Non diventa una fotografa affermata che gira tutto il mondo.

Non succede nulla di tutto questo. Ma Marta non è da meno a quei rivoluzionari; è un’eroina dei nostri tempi e la sua storia, come vedremo avanti non mancherà di pathos.

Storytelling lavorativo italiano e il mito della verticalizzazione

Ho preso spunto da questa storia perché credo nello storytelling del mondo del lavoro manchi un gap identificativo per le donne come Marta.

Marta non è un Millennial, non fa parte della generazione X e non è un’imprenditrice. Chi rappresenta Marta?

Quali sono gli ostacoli che incontra Marta?

Cosa glieli fa superare?

In che modo può essere aiutata a superarli?

In rete ci sono numerosissimi video tutorial ma sono dedicati solo ai giovani alle prime armi o ai liberi professionisti, gli imprenditori, freelance. Il mondo non è bianco o nero. Oggigiorno siamo sicuri che valga ancora il concetto di monogamia lavorativa, della verticalizzazione? Nonostante tutto si continua a perseguire quel mito lì.

Ma la vita è tutt’altra cosa. La vita impone il compromesso, nel mondo reale c’è prima di tutto la sopravvivenza. Ecco perché la storia di Marta che fa due lavori nonostante potrebbe accontentarsi del primo, è una storia diversa. Non stiamo raccontando la storia di una povera donna che fa più lavori contemporaneamente per tirare a campare o crescere i figli.

No! È una storia di una donna che non si accontenta. Che vuole dare un senso alla propria passione e alla propria creatività. È una donna che fa presto i conti con i suoi sensi di colpa. Che si chiede spesso se ne valga la pena.

Cosa fare in questi casi? Come riuscire a barcamenarsi? Soprattutto all’inizio quando ansia e senso di colpa ci assalgono, come possiamo fare?

Suggerimento

Il senso di colpa ti assale perché pensi di esserti buttata in una cosa che non sei in grado di gestire? Come affrontarlo e superarlo?

Prendi i tuoi lavori e osservali attentamente. Quando il tuo cervello va proprio in tilt, prendi i lavori che hai fatto, quelli attuali e quelli passati e mettili tutti davanti a te.

Inizia dalla quantità, quante cose che hai fatto vero? Poi passa alla qualità…Ne hai fatto di strada da quando hai iniziato ad ora?

Infine valuta se ci sono cose su cui puoi ancora migliorarti. La sensazione di disagio a poco a poco ti abbandonerà perché hai spostato l’attenzione del tuo cervello su un’azione concreta, sulla valutazione concreta del tuo operato, distraendolo dai tuoi sensi di colpa atavici che noi donne siamo brave a tramandarci di generazione in generazione.

L’azione spazza via ogni dubbio e incertezza.

E ora bando alle ciance, buttati nella mischia che ne vale sempre la pena!